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Società in movimento

22 dicembre 2011versione stampabile

E se lo “spread” ecologico fosse più grave di quello finanziario? E se gli sconvolgimenti climatici dovessero intensificarsi come abbiamo visto in Liguria, Toscana, Sicilia? E se ciò che resta delle risorse fondamentali dovesse essere minacciato dalla siccità, dall’aumento della temperatura, dalla crescita dei mari e dall’avanzata dei deserti? E se la possibilità di garantire sviluppo e lavoro a chi non ce l’ha dipendesse in realtà dalla crisi ambientale causata da un modello di sviluppo insostenibile oltre che da quella economica e finanziaria? E se…ma non dovevamo da tempo aver risolto il problema del caos climatico attraverso accordi internazionali vincolanti? Che fine ha fatto Kyoto? Per scoprirlo ed aumentare la lista delle domande senza risposta bisognava essere a Durban, in Sudafrica, dove si è svolto il summit mondiale sul clima. Siamo arrivati a 17 conferenze delle parti, dopo 19 anni di ricerca multilaterale di una soluzione per quello che è stato definito dai capi di Stato la più grave minaccia per l’umanità. “La temperature non deve andare oltre un aumento di 2 gradi in questo secolo altrimenti gli sconvolgimenti sarebbero così gravi da minacciare il nostro ordine mondiale”, dicevano. Da quel documento così carico di enfasi niente si è mosso. Anzi, la situazione è peggiorata. Invece di ridurre le emissione di gas clima alteranti aumentano pericolosamente.

L’IPCC – International panel on climate change delle Nazioni Unite- ha diffuso gli ultimi dati sui quali c’è poco da discutere: di questo passo la temperatura in questo secolo aumenterà non di 2 gradi bensì di 4! Dal 1990 le emissioni invece di ridursi, come prevedeva Kyoto, sono cresciute oltre il 30%. La concentrazione di anidride carbonica in parti per milione è di 390 invece che 350, soglia limite fissata per contenere gli sconvolgimenti climatici. Parliamo di una situazione che sulla Terra si è verificata in forme analoghe solo 20 milioni di anni fa, quando la densità energetica era tale da non consentire la vita per l’uomo. La scienza è unanime nell’affermare che nel 2015 dovremo raggiungere il picco delle emissioni. Se l’anno dopo non inizieranno a diminuire il danno sarà fatto e la temperatura nel secolo aumenterà di 4 gradi con danni inimmaginabili per tutti. Stando così la situazione, ogni persona di buon senso o sana di mente si aspetterebbe che la politica intervenga immediatamente per trovare un accordo vincolante che metta la museruola ad i grandi inquinatori e che conduca l’umanità sul sentiero della riconversione delle attività produttive, a cui la nostra salvezza è collegata. Ed invece a Durban hanno vinto i grandi inquinatori. Su tutti si sono distinti USA (come sempre), Cina, Canada, Australia, Giappone, quelli che se ne fregano e che hanno ammainato la bandiera della democrazia per erigere il vessillo del dollaro con il barile. Hanno deciso che kyoto è troppo “stringente” e visto che scadrà nel 2012, meglio aspettare il 2015 per iniziare a ridiscuterne e magari nel 2020 trovare un accordo operativo. No, non avete letto male, non è uno scherzo, ne cattiva informazione. Chi governa le sorti del pianeta si è assunto la responsabilità di trovare una soluzione solo quando sarà troppo tardi. Questo dice la scienza: non abbiamo ancora 10 anni! Siamo già in ritardo e bisognerebbe fare una dieta fortissima se vogliamo salvarci e centrare gli obiettivi di una riduzione del 40%% entro il 2020 e dell’80% nel 2050. Questa è l’unica strada per evitare l’apartheid ambientale. A pagarne le conseguenze da subito sarà proprio l’Africa, dove i cambi saranno più forti a causa della fragilità dei suoi ecosistemi. L’aumento secondo la scienza rischia di essere tra i 7 e gli 8 gradi. L’Africa rischia di essere letteralmente cucinata e di diventare un luogo invivibile. Proprio dove la vita è nata. Deve bastarci questo per farci saltare sulla sedia ed attivarci per fare qualcosa, per non far morire la speranza di un cambiamento che invece è possibile e desiderabile dalla maggior parte delle persone che popolano la terra.

Siamo la stragrande maggioranza a guadagnarci da un cambiamento profondo delle attività produttive e dei consumi. Se a livello globale i movimenti continuano a far sentire la loro voce, a livello locale solo una Società in Movimento può essere capace di spingere e costringere la politica a cambiare. Ri-conversione energetica ed industriale per vivere bene, ridurre le emissioni, creare più posti di lavoro, democratizzare lo sviluppo, cambiare le relazioni internazionali. È questa la strada che ci allontana dal baratro.

Giuseppe De Marzo, portavoce A Sud www.asud.net

2 Responses to Società in movimento

  1. Paolo Tirabassi Rispondi

    7 gennaio 2012 at 09:03

    non avrei saputo usare parole migliori

  2. maggie maggi Rispondi

    27 gennaio 2012 at 15:37

    sono molto d’accordo con giuseppe riguardo il trattato di kyoto, sparito? cancellato? dobbiamo fare qualcosa per non farci trattare come carne da macello, ma cosa possiamo veramente fare?

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