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Canada, la cooperazione fa mea culpa

3 gennaio 2012versione stampabile

“In Malawi negli ultimi 10 anni cinque milioni di persone hanno avuto accesso all’acqua potabile. Ma la foto che vedete alle mie spalle (qui a fianco), è una bugia”. David Damberger, coordinatore di progetti per Ingegneri senza frontiere in India e in alcuni Paesi dell’Africa del sud, ha aperto con quest’ammissione scioccante il suo intervento al TEDxYYC 2011,  l’evento di discussione di idee innovative che ha avuto luogo a Calgary, in Canada.

Damberer dal palco canadese ha deciso di raccontare la propria esperienza personale per affrontare alcune problematiche che a suo parere affliggono oggi la cooperazione allo sviluppo. “In base alla mia esperienza di cooperazione con Ingegneri senza frontiere, posso dirvi che il sistema degli aiuti è guasto. Non a causa delle dittature o della corruzione: io sto parlando di come funziona la cooperazione nei paesi democratici, come ad esempio il Malawi, e posso dimostrarvi che ci sono molte cose che non funzionano nel nostro modo di portare aiuti ai Paesi in via di sviluppo”. E proprio da un progetto della sua associazione in alcuni villaggi del Malawi, in cui Ingegneri senza frontiere stava realizzando delle infrastrutture per l’acqua potabile, comincia l’ammissione di colpe dell’ingegnere: “all’inizio sembrava l’infrastruttura funzionasse al meglio, ma quando i tecnici sono tornati sul posto a verificarne il funzionamento, si è scoperto che l’80 percento dei punti di erogazione non funzionavano perché si erano rotte alcune tubature. Questo è normale, le tubature si rompono ovunque, ma ci siamo resi conto di non aver mai stabilito durante la stesura del progetti chi avrebbe dovuto occuparsi della loro manutenzione e non avevamo formato nessuno per questo compito”. Un errore evitabile, perché era già stato commesso dieci anni prima dalla cooperazione americana in un progetto identico.

Per chiarire il suo pensiero Damberger usa una metafora tecnologica e chiama hardware le infrastrutture e gli oggetti, come acquedotti, scuole, macchinari, e software invece i beni non tangibili come le competenze e le abilità. Il problema delle ong allora è che “si concentrano troppo sull’hardware e non sul software”, perché i donatori sono più motivati a finanziare dei progetti tangibili, come la costruzione di edifici o l’acquisto di macchinari, piuttosto che a sostenere la diffusione di sapere. I donatori per le ong sono come gli elettori per un partito: ne determinano purtroppo le scelte più di quanto non facciano i beneficiari degli interventi.

“Dalla mia esperienza ho capito che si può e si deve imparare dai propri errori, ma per poterlo fare bisogna condividerli. Il mio superiore mi ha detto: dovremmo pubblicare un rapporto annuale dei nostri fallimenti. E così abbiamo fatto”. Dalla convinzione dell’associazione canadese, secondo cui solo dalla condivisione degli errori può partire un miglioramento dell’efficacia della cooperazione allo sviluppo, è nato un sito internet, admittingfailure.org, dove le ong possono confrontare i propri fallimenti per trarne insegnamenti utili per il futuro.

One Response to Canada, la cooperazione fa mea culpa

  1. andrea Rispondi

    3 gennaio 2012 at 22:16

    capito però mi sembra che si torni sempre ad inventare l’acqua calda.
    da anni le ONG migliori si muovono e creano network e standard di lavoro sempre più elevati. basta ricordare il programma Sphere per esempio. Forse l’ingegnere in questione non si è mai posto il problema di come gli altri hanno realizzato interventi simili prima di iniziare il suo progetto.

    E’ vero comunque che c’è da migliorare tanto. Però ci sono già i circuiti in cui condividere; ci sono sempre più formazioni sul tema, sia sulle parti hardware che quelle software come sono giustamente chiamate.
    Al di là dei vari master ci sono parecchi corsi tecnici organizzati da enti come RedR o Bioforce ad esempio in cui logistica, sicurezza, idraulica, salute pubblica sono trattati abbondamentemente e fanno riferimento alle ultime esperienze sul campo delle migliori organizzazioni.

    E anche i donor più seri e preparati investono nella ricerca e pretendono dai loro partner l’uso delle best practices, mi stupisce che un paese con un profilo relativo alla cooperazione e all’umanitario come il canada sia indietro in queste cose.

    Chissà perchè nella cooperazione ognuno cerca di fare a modo proprio.

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