



Christian Elia
Un elenco sempre più lungo. E’ quello degli scienziati iraniani che hanno perso la vita negli ultimi anni. Alcuni in modo misterioso, altri in espliciti attentati. E’ quello che è capitato oggi, 11 gennaio 2012, a Mostafa Ahmadi – Roshan, docente universitario di industria del petrolio e vice direttore per gli affari commerciali del sito nucleare di Natanz.
Da gennaio 2010 a oggi sono quattro le vittime illustri, in Iran, legate in qualche modo al programma nucleare iraniano. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Daryoush Rezai, docente universitario di fisica, collaboratore storico dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran (Oeai), assassinato davanti alla sua abitazione a Teheran il 23 luglio scorso da due killer in motocicletta.
La moto sembra il filo rosso di questi attacchi: un centauro, secondo le prime indiscrezioni delle autorità iraniane, ha affiancato l’auto sulla quale viaggiava Ahmadi – Roshan con una persona ancora non identificata. Ancora motociclisti, il 29 novembre 2010, si sono avvicinati alle auto di Majid Shahriari e Ferydoun Abbassi Davani facendole esplodere e assassinando i due ricercatori, ritenuti tra i responsabili dell’intero programma nucleare iraniano. Il 12 gennaio 2010, a Teheran, una moto carica di esplosivo è stata fatta esplodere al passaggio di Masoud Ali Mohammadi, scienziato tra i più noti nel Paese.
Mentre tutti parlano della alta tensione nello Stretto di Hormuz (che per altro potrebbe essere aggirata con l’inaugurazione di un oleodotto che passi dagli Emirati Arabi Uniti), si consuma da anni il vero piano di contenimento dei nemici dell’Iran. L’eliminazione di tutte le persone chiave del programma nucleare, rallentandolo, e lavorando intanto al monitoraggio delle sempre crescenti frizioni tra l’ayatollah supremo Khamenei e il presidente Mahmoud Ahmadinejad, che nelle elezioni parlamentari previste per il 2 marzo prossimo, potrebbero arrivare a una resa dei conti. I 290 deputati, in maggioranza conservatori, sono sempre più ostili ad Ahmadinejad e alla sua politica economica.
La tensione, nello Stretto, serve sia all’amministrazione Usa che a sua volta, a novembre 2012, chiede un secondo mandato e vuole mostrare un atteggiamento inflessibile sull’Iran, che agli iraniani per compattare il fronte interno, sul quale il nazionalismo ha sempre presa. A nessuno, per davvero, conviene portare lo scontro a un livello militare. L’unico Paese che potrebbe desiderarlo è Israele, ma la logistica è troppo complessa. Troppi siti, troppo sparsi. E l’Iran non è un Paese che non si sa difendere.
L’idea, a Washington, è isolare l’Iran, privandolo della stampella siriana e delle risorse finanziarie, fino a portare la dirigenza degli ayatollah a liberarsi di Ahmadinejad, troppo aggressivo in politica estera, per tornare a fare quello che hanno sempre fatto: usare una retorica ufficiale di un certo tipo, ma tornare a fare affari con l’Occidente. Il resto è fumo negli occhi, anche quando fa male, come nel caso degli omicidi degli scienziati.
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