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Tunisia, da una sponda all’altra

12 gennaio 2012versione stampabile

Sara Chiodaroli

Tra il 1 e il 30 marzo dalle coste della Tunisia neoliberata dal giogo di Ben Alì sono partire quattro imbarcazioni di giovani diretti sulla penisola italiana. Erano in 22 in quella salpata da Sfax il primo giorno del mese – e presumibilmente sbarcata a Linosa nella stessa data – in 47 il 14 di marzo, in 61 in quella che è partita il giorno 29. Il giorno seguente ne sarebbe partita una con a bordo 87 persone. Erano poco più che ragazzi, tra i venti e i trent’anni, anche se tra di loro c’era anche qualche minorenne.

In queste tre date i familiari hanno salutato i loro figli e da quel momento non ne hanno più avuto notizia. Dispersi: questa è la definizione che si tende a utilizzare per le vite di cui non si è potuta comprovare la morte a fronte del ritrovamento di un corpo da rimpatriare. In questo caso il significato di questo termine si amplifica nel suo vuoto quando si accompagna all’impotenza delle famiglie dei migranti sull’altra sponda del Mediterraneo di fronte al silenzio delle istituzioni, sia tunisine sia italiane. Da questa ennesima tragedia del mare prende il via un’iniziativa pubblica diretta dal collettivo femminile milanese Le venticinque e undici e dall’Associazione Pontes dei tunisini in Italia.

Da una sponda all’altra: vite che contano è lo slogan che le due associazioni hanno scelto per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sulla necessità di un’assunzione di responsabilità nei confronti delle famiglie dei dispersi di quel mese di marzo. Sorta attraverso un contatto diretto creatosi tra Federica Sossi – membro del collettivo e fondatrice del sito Storie Migranti – con attivisti di Tunisi, vicini alle famiglie, l’iniziativa si è dapprima costituita attraverso la promozione di un appello – che è possibile firmare attraverso questo link – volto a chiedere alle istituzioni dei due Paesi interessati di avviare le ricerche delle persone scomparse attraverso l’utilizzo di quegli stessi dispositivi e apparati che sono entrati a far parte delle politiche di controllo migratorio, ovvero le impronte digitali.

Attraverso queste informazioni contenute nei database delle autorità sia italiane che tunisine sarebbe possibile rintracciare le persone di cui non si ha più avuto notizia. Il prossimo 14 gennaio, a un anno esatto dall’inizio della primavera araba tunisina, si svolgerà un presidio presso la Prefettura di Milano e il Consolato Tunisino per consegnare alle autorità una lettera indirizzata ai ministri dell’Interno e degli Esteri di Italia e Tunisia nella quale si richiederà di avviare le operazioni di ricerca.

Ouejdane Mejri – tunisina emigrata in Italia da più di dieci anni, fondatrice dell’associazione dei tunisini in Italia e candidata alle scorse elezioni del 23 ottobre a Tunisi – ci aiuta a capire che cosa significa, oggi, ascoltare gli appelli pubblici di madri che reclamano la vita dei loro figli partiti “clandestini” dalla Tunisia. Siamo al Teatro della Cooperativa in occasione di una serata organizzata per diffondere i contenuti dell’iniziativa e Ouejdane delinea l’enorme cambiamento socioculturale che tale gesto rende manifesto.

”Per chi voleva lavorare con gli immigrati tunisini in Italia era impensabile affrontare direttamente il tema dell’immigrazione clandestina; il regime controllava la società civile anche all’estero. Chi emigrava e veniva rimpatriato in quanto ‘clandestino’ finiva in carcere e veniva torturato proprio per essere stato identificato come immigrato illegale – nel 2004 fu introdotto il reato di emigrazione clandestina e di delazione – per questo nessuno parlava del fenomeno e di quello che succedeva. Nessuno parlava in modo da proteggere chi era partito, ma non solo, anche per proteggere se stessi. Finivano in carcere anche coloro che sapevano della partenza ‘illegale’ di altre persone e di familiari. La nostra associazione esiste dal 2006 e volevamo lavorare con gli immigrati tunisini al di fuori del Paese eppure era impossibile pronunciare o scrivere sul nostro sito web la parola clandestino. Essere qui oggi e affrontare direttamente il concetto della libertà di movimento e della clandestinità è il segno più forte dei cambiamenti che la rivoluzione ha portato all’interno della società civile che ora, finalmente, può parlare di se stessa liberamente. Ciò significa che la paura è finita”.

Le undici donne madri che hanno rilasciato un appello pubblico attraverso il canale della campagne Da una sponda all’altra mostrano le fotografie del figlio o dei figli dispersi sulle imbarcazioni dirette in Italia, pronunciano i loro nomi e ripetono le poche e uniche informazioni che posseggono, una data, il porto di partenza, la dichiarazione di una vicina o la telefonata di un altro migrante che sostiene di aver visto il figlio in uno dei Centri di accoglienza italiani.

Mentre le identità disperse restano ancora da ricomporre, lo scorso 5 aprile l’ex ministro degli Interni Maroni ripristinava prontamente gli accordi di riammissione con il suo omologo tunisino Habib Essid stabilendo che da quel momento tutti i cittadini tunisini che fossero arrivati Italia senza regolare documento sarebbero stati rimpatriati “in maniera diretta e con procedure semplificate” per affrettare i tempi di trasferimento previsti dai precedenti accordi del 28 gennaio 2009 con l’ex ministro sotto il regime di Ben Alì, Rafik Haj Kacem. I circa 23mila tunisini giunti in Italia dall’inizio della rivoluzione fino alla mezzanotte di quella data, ad allora ancora disseminati nei vari centri di accoglienza italiani, avrebbero ricevuto un permesso temporaneo della validità di 6 mesi, ulteriormente prorogato di altri sei mesi nello scorso mese di ottobre. In quella breve fase storica si trattava di un’ “emergenza umanitaria”: erano profughi da accogliere. Oggi i ragazzi della rivoluzione sono tornati a essere i clandestini da rimpatriare.

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