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Taiwan, le elezioni e il sogno

13 gennaio 2012versione stampabile

Portnoy Zheng*

“Continuate a sognare, e la speranza verrà”. Questa frase è il famoso slogan dell’ex presidente di Taiwan, Chen Shui-bian, durante la campagna elettorale per il suo secondo mandato come sindaco di Taipei nel 1998. Commosse tanti elettori. E anche se Chen fu sconfitto, non riuscendo a farsi rieleggere primo cittadino della capitale, lo slogan lo accompagnò due anni più tardi, quando conquistò la poltrona presidenziale.

Sì, “Continuate a sognare”. Le frequenti elezioni, per un insider della democrazia come Taiwan, sono come un ricorrente tempo dei sogni e i candidati sono dream makers responsabili di proiettare la nostra inconsapevolezza su striscioni e cartelli pubblicitari all’interno degli autobus, sulle strade e negli schermi televisivi. Come nel caso dei sogni, alcuni elettori ne fanno di profondi e altri si sentono alienati, ma in ogni caso alla fine ci sveglieremo e in breve ce ne dimenticheremo. Con il veloce fluire dei problemi che si susseguono è troppo difficile ricordare qualcosa.

Le elezioni presidenziali di Taiwan avranno il loro epilogo il 14 gennaio, ma dopo due cambi della guardia gli elettori si sono gradualmente resi conto che affidarsi alla guida di potenti leader non è realistico. I molti mali di questo Paese non saranno curati con l’elezione di un candidato. Allo stesso tempo, gli scontri verbali di questa campagna elettorale stanno perdendo peso, in parte perché i tre candidati alla presidenza non sono noti per uno stile aggressivo, e in parte perché dopo due rotazioni, molti scontri e minacce si sono rivelati semplici trovate elettorali. Nel complesso, penso che la democrazia e il sistema elettorale di Taiwan stiano facendo progressi.

Anche se non voglio che l’attuale presidente Ma Ying-jeou vinca le elezioni, personalmente non mi interessa gran che il risultato delle presidenziali, perché so che saranno i 113 parlamentari eletti nello stesso giorno gli uomini chiave di Taiwan nei prossimi quattro anni, non il presidente. La nostra ultima legislatura è stata considerata dalla rivista Foreign Policy come una delle sei peggiori al mondo. Sono piuttosto sorpreso, perché non mi aspettavo che congressi di altri Paesi potessero competere con la pessima qualità dello Yuan legislativo di Taiwan. Anche se il Kumintang occupa occupa tre quarti dei seggi, l’efficienza e la qualità della legislazione sono le peggiori in assoluto, e ci portano verso la consueta ideologia dello “sviluppo”. Una pessima resa del sistema amministrativo può farci stare fermi, ma un cattivo sistema legislativo ci ha addirittura fatti regredire rapidamente.

Il sistema elettorale di Taiwan ostacola in modo molto efficace l’affermazione di piccoli partiti, per cui i candidati idealisti che si rifiutano di aderire alla coalizione pan-azzurra o a quella pan-verde hanno poche probabilità di essere eletti. Ciò nonostante, anche in queste elezioni ci sono molti piccoli partiti che presentano candidati. Oltre a essere una dichiarazione di guerra, questa scelta rivela la speranza che un’immagine fresca porti voti. Per esempio il Partito dei verdi – organizzazione transnazionale che ha la tutela ambientale come suo programma principale e che io personalmente sostengo – questa volta presenta 10 candidati: siamo fiduciosi che almeno la metà possano essere eletti. D’accordo, anche questo un sogno piuttosto irrealistico, ma io sono disposto a sognare.

Infine, non posso proprio astenermi dal parlare di Cina. Per quanto ne so, un sacco di corrispondenti e di organizzazioni sono venuti a Taiwan dal continente per osservare le elezioni e il loro risultato. Anche Internet in Cina è piena di commenti sulle nostre elezioni. Ma purtroppo, economia a parte, nessuno dei contendenti prende posizione su questioni politiche della Cina. Durante le ultime elezioni, nel 2008, dato che repressione in Tibet prima delle Olimpiadi era diventata una questione internazionale, entrambi i candidati presidenziali avevano dedicato un po’ di tempo a protestare contro la brutale repressione. Tuttavia, se è vero che dall’anno scorso i casi di auto-immolazione nelle zone tibetane della Cina sono arrivati a 16, è altrettanto vero che questa tragica notizia non è mai stata al centro di questa campagna elettorale. Nessuna associazione di cittadini pone domande su questo tema nei dibattiti presidenziali. La società civile ha fornito agli elettori una lista di criteri per orientare il loro voto sulla base delle risposte che ogni contendente dava ad alcune questioni politiche, ma la democrazia in Cina non vi compariva. Mi sembra chiaro che la preoccupazione di Taiwan per la dimensione politica della Cina stia sempre più regredendo. Rispetto agli intellettuali cinesi molto interessati alle elezioni di Taiwan, la nostra società è del tutto indifferente al problema della democrazia in Cina. Da quando “Cina democratica” non è nemmeno presa in considerazione come una delle possibili trame del sogno?

*esperto di citizen media di Taiwan. Redattore di Global Voices in cinese

One Response to Taiwan, le elezioni e il sogno

  1. Oktavia Rispondi

    29 febbraio 2012 at 06:44

    Il Pakistan per avere qhuclae speranza deve liberarsi degli americani.Quelli stanno li per i loro interessi e sono sempre pronti ad aiutare chi garantisca loro di poter continuare a farseli.Altro che esportazione della democrazia!

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