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Navigazione con cattivo tempo

17 gennaio 2012versione stampabile

 

 

 

Quando per un tempo della mia vita mi trovai a costeggiare il rischio della vita, tra i libri che leggevo per rafforzarmi c’era “Navigazione con Cattivo Tempo”, un manuale per non affondare nella tempesta. Soprattutto per non avere troppa paura. O almeno avere un controllo sulla paura tale da non essere paralizzato. Perché a volte la paura della malattia uccide più della malattia. Nel capitolo 21 (ventuno) si racconta “Un’indimenticabile tempesta nel Pacifico” che fa spavento solo a leggerla, però poi vengono il capitolo 22 (ventidue) “La Tempesta del Compleanno della Regina” e il capitolo 23 (ventitre) “ Il Nord Atlantico visto da un catamarano per la crociera familiare”, che sono ironici e divertenti nonostante l’onda lunga tipica di quell’Oceano.

Non ho mai traversato l’Atlantico, però l’Adriatico sì, che uno dice, ma è una vasca da bagno, salvo che ogni tanto si scatenano venti feroci e tempeste brutali. Su una piccola barca a vela lunga 9 (nove) metri ci finimmo proprio nel mezzo. Era un cutter risistemato, con una bolla di 36 (trentasei) quintali che avevamo saldato sotto la chiglia, due splendide bussole che provenivano dalla Comet, quando ero giovane una azienda che costruiva battelli piuttosto abbordabili come prezzo, il nome era tutto un programma “Il Nido del Cuculo”, per i più giovani: “ qualcuno volò sul nido del cuculo” è un vecchio (1975) splendido film che racconta la rivolta dei matti contro i manicomi e l’elettrochoc negli USA, mentre Basaglia provava a svuotarli in Italia. Facemmo qualche sbaglio, come quello di montare un motore da trattore che ovviamente si imballò subito, e un amico ingegnere ci spiegò che era necessario un motore marino, che montammo ma non funzionò mai bene, sbuffava sempre quando non si fermava, però da buoni velisti non ci preoccupammo mai troppo. Eravamo così sprovveduti che uscendo la prima volta dal porto canale per assistere alla prima regata in prova di “Azzurra” portata da Cino Ricci in quel di Marina di Ravenna, con un traffico marino che pareva la metropolitana milanese in ora di punta, sentendo grida a squarciagola “acqua, acqua” non facemmo caso, fin quando un altro battello non ci speronò, per fortuna senza troppo impatto, e capimmo. Il Nido del Culo era una bella barca tutta in legno, uno dei soci mastro carpentiere ebanista di classe l’aveva lavorata di fino quasi un’opera d’arte, con una grande randa che issavamo a forza di braccia, come del resto l’ancora. Nella tempesta che ci arrivò addosso al largo di Lussino le donne e i bambini furono mandati sottocoperta, una barca è uno spazio molto macho quando le onde diventano scomposte e la superficie dell’acqua caotica. Quindi Giorgio, lo skipper, si mise alla barra, rimanendoci per quindici ore di fila. Ci rassicurava che fumasse una sigaretta, che bevesse una sorsata di Whisky, meglio sarebbe stato il Rhum per la leggenda, che desse ordini secchi e veloci ma non con voce concitata, e noi si faceva o si provava a fare quel che comandava. In genere era una barca piuttosto anarchica, ma quella notte e il giorno seguente la disciplina regnò sovrana. Ci portavano vento e correnti, con l’unica avvertenza di stare lontani dalla costa dove gli scogli sono sempre pronti a sfondarti la chiglia. Fin quando la notte seguente vedemmo le luci del porto di Trieste e tirando un sospiro di sollievo entrammo in rada, quindi verso il porto vero e proprio, sbagliando l’entrata. Ovvero ci trovammo in mezzo a enormi navi, siete mai passati al buio rasente la murata di una enorme nave mercantile rimanendo attoniti, fin quando un pilotina della capitaneria di porto ci raggiunse guidandoci alla banchina giusta, quello degli yacht e barche da diporto. Nemmeno ci sgridarono troppo ma fu il momento più pericoloso, e scoprimmo che il nostro bravo skipper, navigatore istintivo di razza, non ne sapeva mezza invece di segnalazioni in un grande porto con luci varie che balenano qua e là, indicando dove stanno gli enormi bastimenti e invece le piccole o medie barche.

Per ironia della sorte qualche anno dopo Il Nido del Cuculo in un mare liscio come l’olio vicino alle coste allora Jugoslave incocciò uno scoglio, stavano tutti dedicandosi a attività ludiche e nessuno teneva d’occhio quanto mare ci fosse e se fosse libero da eventuali ostacoli. L’urto produsse una sottile fenditura a prua da cui trasudava il mare, tutti ridivennero di scatto lucidi e decisero di tornare a Marina usando le pompe per tenere basso il livello dell’acqua che imbarcavano. Così arrancando e di sghimbescio il Nido del Cuculo riguadagnò Porto Corsini, mentre tutti capirono che anche i navigatori più provetti, se non guardano dove mettono la chiglia, possono rischiare il naufragio. Da allora le allegre brigate che avevano popolato il Nido del Cuculo smisero di uscire in mare, e la barca rimase ormeggiata dondolante con l’acqua che sciabordava nella sentina e nel pozzetto, ogni giorno un poco di più. Nessuno la riparò, e fu venduta per un tozzo di pane, né so se poi riprese il mare.

Adesso tutti vi aspettate una morale che abbia un qualche legame con la storia della Costa Concordia sventrata e reclinata, e del capitano, che abbandonò la nave prima dei suoi passeggeri. Invece no. Ho voluto raccontare per parlare di un tempo in cui ancora esisteva il mare, e la possibilità dell’avventura persino su una piccola imbarcazione che solcava un piccolo mare come l’Adriatico. Poi la Jugoslavia è stata sterminata da una crudele guerra civile, il piccolo mare si è riempito di grosse navi da guerra, dopo diventando luogo dove si alimenta la prostituzione più cieca.

One Response to Navigazione con cattivo tempo

  1. ludovico Rispondi

    18 gennaio 2012 at 21:57

    Molto bello il racconto grazie, mi ha fatto venir voglia di rileggermi ancora una volta “Quelli di Capo Horn”.

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