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Il caso Dink in tribunale

19 gennaio 2012versione stampabile

Christian Elia

Due giorni prima del quinto anniversario dell’omicidio di Hrant Dink, giornalista turco-armeno, un tribunale di Istanbul ha sparato di nuovo all’intellettuale assassinato davanti alla redazione di Agos, il periodico bilingue che dirigeva a Istanbul.

La corte, il 17 gennaio 2012, ha condannato all’ergastolo Yasin Hayal per aver ”istigato all’omicidio” il 17enne (all’epoca dell’omicidio) Ogun Samast, condannato a 23 anni di carcere nel luglio 2011. E basta. Yasin ha istigato, Ogun ha ucciso. Non basta, però, e i primi a non sentirsi soddisfatti sono i parenti di Dink e i suoi colleghi, i suoi amici e i suoi ammiratori. In cinquecento hanno abbandonato l’aula del tribunale, dopo la sentenza, marciando in silenzio verso il punto dove Dink, all’epoca 52enne, venne assassinato. Una protesta silenziosa, ma più rumorosa di mille urla.

Perché il giovane Ogun, dopo aver confessato, aveva indicato almeno diciannove complici. Tutti assolti. Per non parlare di tutta la marea nera che le inchieste della magistratura stanno facendo emergere, con il coinvolgimento nell’agguato di alti papaveri delle forze di sicurezza turche, nel senso che le autorità erano a conoscenza dei piani dei nazionalisti per uccidere Dink, ma non hanno mosso un dito per impedirlo. Già nel 2010 La Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato la Turchia per non aver protetto la vita del giornalista.

Dink, dalle pagine di Agos, continuava a chiedere alla società civile turca di interrogarsi sul suo futuro. Che non è solo il boom economico, il rinnovato ruolo strategico internazionale, il turismo di massa. La Turchia è anche la sua storia, che si costruisce di mille storie, anche quella degli armeni e del loro massacro tra il 1915 e il 1916. Dink ha pagato con la vita il suo coraggio, lo Stato turco non ha ancora la stessa impavida onestà intellettuale.

Ancora oggi, nel 2012, arriva a un livello di tensione diplomatica incredibile con la Francia per il suo passato. Alla fine del 2011, infatti, il Parlamento francese ha approvato una legge che prevede il carcere fino a un anno e una multa fino a 45mila euro per chi nega il massacro di armeni compiuto dai Giovani turchi tra il 1915 e il 1917. La norma, approvata in prima lettura dalla Camera bassa, non è passata all’esame del Senato transalpino.

Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva avvertito che il testo “aprirà ferite gravi e irreparabili” nei rapporti tra i due paesi, annunciando una serie di misure di rappresaglia: sospesa la cooperazione militare con Parigi, cancellati gli incontri politici ed economici, vietato l’atterraggio e l’attracco in Turchia agli aerei e alle navi da guerra francesi. Inoltre, l’ambasciatore turco a Parigi, Tahsin Buruoglu, è stato richiamato per consultazioni. Ed ecco che il Senato di Parigi, a maggioranza, ha bocciato la legge.

Questo il clima in un Paese che non riesce proprio a far seguire alla rivoluzione politica, sociale, economica che ha realizzato negli ultimi anni anche una rivoluzione culturale, capace di sentirsi una grande Paese anche ammettendo gli errori del passato, rispettando i diritti delle minoranze come quella curda e non facendo scadere la lotta politica con processi ‘politici’ e complotti oscuri. Questo chiedeva, in fondo, Dink. E lo chiedeva a quello che ha sempre sentito come il suo Paese.

One Response to Il caso Dink in tribunale

  1. mirtad Rispondi

    21 gennaio 2012 at 18:37

    il senato francese non si è ancora espresso e spero si esprima con un SI

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