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Nigeria, ispettore e terrorista

27 gennaio 2012versione stampabile

Alberto Tundo

La decisione sbagliata nel momento peggiore. La Nigeria fa un altro passo verso il caos totale. A una settimana dall’ondata di attentati con cui Boko Haram ha seminato terrore e morte a Kano (la seconda città del Paese), uccidendo 185 persone, il presidente Jonathan Goodluck ha battuto il pugno sul tavolo e ha preso le prime contromisure. Silurato il capo della polizia nigeriana, l’Ispettore generale Hafiz Ringim, e tutti i suoi sei vice. Ufficialmente, si tratta di una misura adottata dopo la fuga di Kabiru Sokoto, un esponente della setta radicale islamica ritenuto tra i responsabili delle bombe esplose a Natale in almeno tre diverse località (45 morti). Lo avevano preso, lo stavano scortando in centrale quando i poliziotti sono stati attaccati da elementi armati che lo hanno liberato. Bisognava dare un segnale forte all’opinione pubblica, sempre più scettica circa le effettive capacità degli apparati di sicurezza. Purtroppo, l’uomo designato per succedere a Ringim non si presenta con un buon biglietto da visita e rischia di fare più danni di quelli ai quali dovrebbe porre rimedio.Si tratta di Alhaji Mohammed Dikko Abubakar, attualmente assistente dell’Ispettore generale assegnato alla zona 12 (Stato del Bauchi). Una vecchia conoscenza delle cronache nigeriane per fatti che risalgono al 2001. All’epoca, Abubakar era il capo della polizia nel Plateau, lo stato a cavallo tra il Nord musulmano e il Sud cristiano, quando scoppiò un’ondata di feroce violenza settaria tra comunità di etnie e religioni diverse: oltre mille morti. I cristiani da una parte, i musulmani dall’altra. Abubakar venne messo sotto accusa per il ruolo che i suoi agenti ebbero nei massacri. L’alto ufficiale fini sotto inchiesta, di lui si occupò una commissione disciplinare presieduta dal giudice Nikki Tobi. Abubakar era ritenuto il pianificatore del massacro dei cristiani.

Ecco stralci del rapporto con cui la commissione motivò il giudizio di condanna. “I fanatici religiosi non dovrebbero essere messi in posizioni di comando in polizia. La commissione raccomanda, per il suo ignobile ruolo nella crisi del settembre 2001, che ha prodotto la perdita di vite umane, che gli venga raccomandato di rassegnare le dimissioni dalla Forza di polizia della Nigeria e nel caso rifiutasse (di presentarle) raccomanda che sia rimosso dal servizio. Il governo dovrebbe raccomandare alla Police Service Commission di adottare tutte le misure necessarie”. Il Psc è quello stesso organismo adesso ha proposto la nomina di Abubakar al vertice della polizia nazionale: al presidente spetta la ratifica, che in genere è scontata. Non questa volta, perché la promozione di quest’ufficiale ha riaperto vecchie ferite e nuovi dibattiti. Ma com’è stato possibile che, nonostante questa censura, continuase a fare carriera? Il rapporto non venne mai inoltrato e le misure non furono mai adottate, la questione è tuta qui. Per avere un’idea dei commenti che hanno infiammato le cronache, basta leggersi le parole di un membro della camera dei Rappresentanti proveniente da una delle circoscrizioni in cui è divisa la capitale del Plateau, Jos, l’onorevole Bitrus Kaze: “È sconfortante che a coloro che hanno allevato il terrorismo in Nigeria ora venga chiesto di guidare la polizia contro quello stesso terrorismo. Non riesco a crederci; non posso spiegare quanto sono scioccato”. Dall’ufficio del governatore del Plateau, David Jang, arrivano dichiarazioni analoghe, tra l’incredulo e l’indignato. Che Jonathan ratifichi o meno la nomina, è già grave che sia stata avanzata. Una leggerezza che rende bene l’idea delle condizioni in cui versano i vertici della polizia. Un corpo che deve fare i conti con problemi enormi, che vanno dalla corruzione all’impreparazione, dalla disorganizzazione all’indisciplina. Non è la nomina di un nuovo Ispettore generale che potrà risolverli ma un processo molto più lungo della cui necessità si comincia a parlare solo adesso. Jonathan starebbe per nominare una commissione incaricata di studiare una riforma del corpo. Ma ci vorrà tempo perché questo processo dia frutti.

Nel frattempo, Boko Haram è cresciuta: dal nord in cui era confinata è diventata una minaccia nazionale prima, e continentale adesso. È questo il giudizio contenuto in un rapporto elaborato da esperti per conto delle Nazioni unite. Si tratta di una relazione sugli effetti della guerra in Libia sui Paesi del Sahel che a breve verrà discussa dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Nel documento vengono discussi gli effetti destabilizzanti delle vicende libiche sulla sicurezza dei Paesi confinanti. Preoccupa in particolare la quantità di armi ancora in circolazione sulle quali hanno messo gli occhi le organizzazioni terroristiche attive nell’area. Tra queste ci sono Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) e ora anche Boko Haram, una setta radicale che negli ultimi due anni ha subito una profonda trasformazione, già raccontata e analizzata da Peacereporter, avvicinandosi progressivamente alla galassia qaedista. Se nel 2011 ha fatto oltre cinquecento morti, nel primo mese del nuovo anno ha già ucciso 250 persone. Sempre più feroce, sempre meglio organizzata. Boko Haram si sta espandendo: sta reclutando nuovi elementi nel sud del Niger ma anche in Ciad sembra far proseliti. Circa 160 persone delle duecento arrestate in relazione ai fatti di venerdì scorso, sono ciadiane. Sette membri della setta sono stati arrestati mentre attraversavano il confine tra Mali e Niger, dove sono stati scoperti campi d’addestramento dell’Aqmi, con un carico d’armi. Lo stato nigeriano è invece sempre più diviso, indeciso e incapace di fronteggiare una simile minaccia.

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