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Anabasi, tra Beirut e Tokyo

28 gennaio 2012versione stampabile

Christian Elia

Tre vite, come fili di cotone, intessuti nella fitta trama degli anni Settanta. Da Tokyo a Beirut, mondi distanti come pianeti. Uniti, però, da un’idea. Il terrorismo e la lotta armata, il pensiero che il mondo si poteva cambiare. L’idea che un altro mondo era possibile, dove l’uguaglianza era un palazzo che si costruiva senza razze, religioni, confini. Sul resto, su tutto il resto, si può criticare. Perché un sogno che costa la vita anche di un solo uomo o di una sola donna è doloroso, per quanto nobile possa essere un fine. Ma resta quel sogno, mai così attuale come in questo periodo, dove al profitto si sacrificano popolazioni intere.

L’Armata Rossa Giapponese, gruppo armato di estrema sinistra, fondato da Fusako Shigenobu nel febbraio 1971, dopo il distacco dalla Lega Comunista Giapponese, è una pagina di questa storia. Dai primi anni Ottanta l’Armata sospese le attività in Giappone, dove voleva rovesciare la monarchia, e dipese dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina per i finanziamenti, l’addestramento ed il rifornimento di armi. L’organizzazione, che si era trasferita in Libano, venne sciolta il 14 aprile 2001 dopo l’arresto della Shigenobu e degli ultimi irriducibili. L’organizzazione è accusata di molti atti terroristici, il più sanguinoso dei quali è l’assalto all’aeroporto di Tel Aviv, nel 1972, durante il quale persero la vita ventisei persone.

The Anabasis of May and Fusako Shigenobu, Masao Adachi, and 27 Years without Images, film di Eric Baudelaire, racconta tre storie di quel tempo. La prima è quella di Fusako Shigenobu. Che voleva cambiare il mondo, solo che per farlo ha scelto la violenza. E si è assunta la responsabilità di questa scelta. Dal 2000 è rinchiusa nel carcere di Kosuge, a Tokyo. Per anni in assoluto isolamento, dopo l’arresto avvenuto a Osaka. Aveva trascorso più di trenta anni in Libano, nella valle della Bekaa.

Racconta poi la storia di Masao Adachi, intellettuale e artista. Si unisce all’Armata nel 1974, aggregandosi al gruppo in Libano dove vive in clandestinità, raccogliendo materiale e militando. Nel 1997 viene arrestato ed estradato in Giappone. Racconta anche una terza storia, quella di May Shigenobu, la figlia di Fusaku, che solo nel 2001 diventa cittadina giapponese in quanto nata in clandestinità da una relazione della madre.

Baudelaire produce un racconto fatto di voci, quelle dei tre protagonisti, anche se la memoria di Fusaku è solo nel ricordo della figlia e del vecchio compagno Masao Adachi, condannato dalla giustizia giapponese a non filmare, come una pena dantesca, un contrappasso dove dell’artista si vuole recludere anche l’arte. Adachi scrive a Baudelaire, in partenza per il Libano, chiedendogli di farsi occhio filmante, pregandolo di filmare al posto suo. Dicendogli anche cosa filmare, quali luoghi, da quale prospettiva, cosa cercare, cosa rivedere.

Baudelaire filma con una camera super8, per impressionare la pellicola con un’aria epocale, come a riportare ad Adachi non solo dei luoghi, ma anche un tempo che ormai è svanito. Quello dei sogni rivoluzionari, ma anche quello della giovinezza. Portando, alla fine, la giovane May, alla quale è stata sacrificata la giovinezza, nell’ambiente di un’epoca che non le appartiene, ma che le è costata un’infanzia normale. Vittima anche lei, tutto sommato, di chi ha tentato di cambiare il mondo.

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