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Il falso mediatico e l’asciugacapelli

14 febbraio 2012versione stampabile

Parigi in bianco e nero

Nelle prime pagine di uno dei suoi diari più suggestivi, Kapuscinski si perde in una ovvia ma incantevole divagazione sul viaggio. Rievoca un tempo in cui il tragitto per raggiungere una meta poteva durare settimane o mesi, un ritmo lento e incontrastabile su cui il viaggiatore si adagiava placido, abituando gradualmente lo sguardo al paesaggio e preparando se stesso al nuovo.

Oggi il nuovo lo si raggiunge davvero in fretta, spesso basta una manciata di ore. Due ali, quattro ruote o un treno ad alta velocità. Sistemi che hanno accorciato distanze e tempo in modo stupefacente e al di là di ogni barriera naturale. Il mare, per esempio. Che prima si poteva solo, banalmente, navigare.

Da molti anni, lo sanno tutti, esiste un treno che si inabissa nella Manica e collega due sponde dell’Atlantico. Un’immersione che dalla stazione di Londra a Parigi Nord dura meno di due ore. Senza capire bene come, ho lasciato il centro luccicante e frenetico della capitale del Tea e sto passeggiando lungo un viale alberato che costeggia la Senna. Sulla pelle pizzica il vento tagliente di una sera d’inverno illuminata appena dai chiaroscuri della città.

«Al telegiornale ho visto Parigi tutta bianca!» Milleduecento chilometri più a sud, mia nonna è seduta davanti alla televisione. Da un po’ di tempo a questa parte ha trovato un modo per seguirmi con la fantasia: le previsioni del tempo. «Parigi tutta bianca?» Immagini di repertorio, penso, e mi avvicino alla finestra della mia stanza d’albergo.

Fuori la strada è asciutta, non cade un solo fiocco di neve. Da giorni. Ma ci rifletto. In fondo, chi non preferirebbe vederla col profilo innevato, Parigi d’inverno. In bianco e nero. Come in una vecchia pellicola di Truffaut.

 

Alejandro, Fidel Castro e l’asciugacapelli.

A volte sono situazioni del tutto improbabili a riservare gli incontri più interessanti. Casualità, coincidenze o anche solo vicissitudini bizzarre, come: «Potrei prendere in prestito un asciugacapelli?».

Alejandro sparisce prontamente dietro il bancone del microscopico hotel low-budget incastonato tra le viuzze ciottolate del Marais. Ha i capelli ricci e nerissimi, due grandi occhi scuri su un viso da ragazzino, che neppure le basette folte e squadrate riescono a indurire. Avrà vent’anni, penso, mentre arrotola il filo al manico dell’asciugacapelli e me lo porge.

In realtà ne ha ventiquattro e da due vive a Parigi. A casa sua, all’Avana, era un giornalista. «Per quanto a Cuba si possa fare il giornalista», dice. «L’informazione è rigidamente controllata. Tutto ciò che veicolano i media è filtrato dalla propaganda governativa».

Alejandro racconta di Cuba come di un paese immolato alla sua storia. La storia di una rivoluzione che prometteva riscatto ed equità sociale e invece ha prodotto isolamento, miseria e omertà. Le famiglie vivono in media con venticinque dollari al mese ma il costo della vita, spiega, non rispetta la proporzione. I beni di prima necessità arrivano a costare uno, due o anche tre dollari. Come si sopravvive? Come fa lui. Cercando fortuna altrove e facendosela bastare per sé e per la famiglia. Ma anche partire è complicato e costoso.

«Per lasciare Cuba devi pagare il governo». Una quota fissa da versare ogni mese all’ambasciata cubana del paese che ti ospita più centocinquanta dollari per ogni ritorno. Questo il prezzo da pagare per l’affitto dei diritti civili nella propria terra madre. «Se vieni meno all’impegno, per Cuba diventi uno straniero».

Se gli chiedi com’è cambiata, tra la gente, l’immagine di Fidel Castro in cinquant’anni di potere incontrastato, Alejandro ti sorride. Sposta brevemente lo sguardo ma senza cambiare espressione. Le sue mani si aprono a ventaglio, i palmi rivolti all’insù, in un gesto che indica ovvietà. «In nessun modo è cambiata».

«Non può cambiare, se guardi la televisione o ascolti la radio e sembra che vada tutto bene». A Cuba, tenuta al sicuro da Internet e da qualunque voce alternativa a quella ufficiale, la gente sopravvive col sorriso. Nella memoria storica della generazione del 1959, Castro resta l’eroe che ha liberato il paese dal giogo americano. «Non conta se i cubani sono poveri poco meno di allora».

L’unica vera libertà d’informazione ce l’ha chi l’informazione la controlla o la possiede, penso, e intanto mi asciugo i capelli davanti allo specchio della camera 28. Penso a Cuba, che «non c’è niente che non va». E penso alla Birmania che, dopo decenni, ha iniziato a balbettare timidamente il nome ingombrante di Aung San Suu Kyi. Penso alla Libia delle mistificazioni mediatiche o alla Siria dei live blog. E poi sorrido a Parigi che, sotto una neve che non c’è, piace a tutti di più.


9 Responses to Il falso mediatico e l’asciugacapelli

  1. Paola Gualtieri Rispondi

    14 febbraio 2012 at 12:38

    Qualche dato da wikipedia (non dai documenti del partito comunista cubano) che dovrebbero spiegare alla nostra giovane e bellissima blogger la sostanziale differenza della situazione cubana (certamente perfettibile, migliorabile, insomma nessuna scusa per la mancanza di libertà) con quella degli altri paesi da lei nell’ultimo capoverso citati. Che spesso sono stati sostenuti, invece che osteggiati così potentemente, dagli Stati Uniti proprio nel far mancare diritti e libertà, oltrechè i diritti materiali.

    “La scuola cubana è obbligatoria dai 6 ai 16 anni di età ed è completamente gratuita, inclusa l’università. Lo stato fornisce gratuitamente agli studenti il materiale scolastico, il servizio mensa e anche l’alloggio per frequentare l’università. Molti studenti provenienti dai paesi latinoamericani e del terzo mondo frequentano senza sostenere alcuna spesa le università cubane. Il 97,3% della popolazione adulta è alfabetizzata. Cuba è il secondo Paese al mondo per tasso di alfabetizzazione secondo il Report 2007/2008 del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.

    Il sistema sanitario nazionale è completamente gratuito con dispensa di medicinali a carico dello stato. Fu adottato durante la rivoluzione da Ernesto Guevara, allora ministro dell’industria. Lo stato garantisce il diritto a ricevere attenzione medica nei seguenti modi: assistenza medica ed ospedaliera gratuita, attraverso la rete di installazione di medici rurali, dei policlinici, ospedali, centri di profilassi e di trattamento specializzato; con lo sviluppo di piani di divulgazione sanitaria e di educazione alla salute, esami medici periodici, vaccinazioni generali ed altre misure di prevenzione delle malattie. in questi programmi e attività collabora tutta la popolazione attraverso organizzazioni sociali. Lo stato cubano concede alla donna lavoratrice un permesso di maternità retribuito (prima e dopo il parto) e scelte lavorative temporanee, compatibili con le sue funzioni materne.
    Ogni cubano ha accesso a medici, infermieri, specialisti. Attualmente esistono 22 facoltà di medicina, distribuite in tutte le province del paese. Alcune di queste ricevono solo studenti stranieri, come la Escuela Latinoamericana de Medicina en La Habana (ELAM), e molte altre che attualmente seguono un nuovo modello di educazione basati sulle relazioni con Venezuela nell’ambito del programma di sviluppo sociale e lotta alla povertà in America Latina e Caraibi, denominato ALBA (Alianza Bolivariana para las Américas), dando la possibilità di formarsi a studenti con poche risorse economiche provenienti da Venezuela, Bolivia, Ecuador e Honduras.
    In questo modo Cuba fornisce aiuto medico a molti paesi dell’America Latina. Cuba inoltre ha uno dei più bassi tassi di mortalità infantile del mondo”.

    “Prima del 1959 a Cuba gli statunitensi controllavano il petrolio, le miniere, le centrali elettriche, la telefonia e un terzo della produzione di zucchero di canna. Quell’anno gli USA erano il primo partner commerciale cubano, comprando il 74% delle esportazioni e fornendo il 65% delle importazioni dell’isola[1].
    La legge di riforma prevedeva la nazionalizzazione delle proprietà al di sopra dei 405 ettari e l’affidamento delle terre espropriate a cooperative agricole o a singoli coltivatori. Contemporaneamente, per impedire il minifondo, fissava dimensioni minime di 27 ettari e proibiva la vendita dei fondi ricevuti, il loro affitto e il frazionamento. Era inoltre previsto un sistema di indennizzo per gli espropriati basato sul valore dei terreni dichiarato a fini fiscali e il pagamento di questi compensi era liquidato in buoni del tesoro ventennali con un interesse massimo del 4%[2].
    Gli espropri colpirono cittadini e compagnie statunitensi e spinsero il governo degli Stati Uniti a richiedere, inutilmente, una modifica degli indennizzi improntata a criteri di prontezza (compensi immediati e non dilazionati nel tempo), equità (stime basate sul valore reale e non su quello dichiarato al fisco) ed effettività (pagamenti in denaro liquido e non in titoli)[3]“.

    Cuba peraltro affronta un blocco economico devastante, e più volte condannato dall’Onu. Sempre wikipedia:

    “Prima del blocco Cuba importava dagli Stati Uniti i mezzi di trasporto, gli elettrodomestici e quasi 30.000 articoli, utili e inutili per la vita quotidiana. Le prime misure della Rivoluzione avevano aumentato il potere d’acquisto delle classi deboli che avevano scoperto il piacere di consumare. All’inizio del 1961 il mercato nero cominciava a interessare le manifatture ma non c’era ancora la percezione dello stato delle cose perché la mancanza di beni contrastava con la gran quantità di denaro in circolazione. Il 12 marzo 1962 venne imposto un drastico razionamento dei beni alimenti e più tardi vennero a mancare molti articoli di uso domestico. Il Natale del 1962 fu il primo ad essere festeggiato senza carne di maiale e torrone, con i giocattoli razionati. Ma fu il primo nella storia di Cuba in cui tutti i bambini, senza eccezione, ebbero almeno un giocattolo.[21].

    Nell’ottobre 2011 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato con 187 voti favorevoli, 2 contrari (Israele e Stati Uniti), e 3 astensioni (i piccoli stati di Palau, Isole Marshall e Micronesia) una mozione per chiedere agli Stati Uniti la cessazione dell’embargo[33][34].
    In precedenza l’ONU si era già espressa svariate volte contro l’embargo, con una maggioranza sempre più ampia: dai 59 voti contro l’embargo del 1992, si è passati a 179 nel 2004, 182 nel 2005, 184 nel 2007 e 185 nel 2008[35]. Nel 2009 i voti favorevoli sono saliti a 187 voti favorevoli, con 3 contrari (Israele, Palau e Stati Uniti) e 2 astenuti (Isole Marshall e Micronesia)[36]. Nel 2010 si è ripetuto l’esito dell’anno precedente, con la significativa eccezione di Palau, che non ha più espresso un voto contrario ma ha preferito l’astensione lasciando così soltanto Israele e Stati Uniti ad opporsi alla cessazione dell’embargo”.

  2. Rosa Rispondi

    14 febbraio 2012 at 13:32

    Mi pare che il copia e incolla, da Wikipedia, di Paola Gualtieri non faccia una piega.
    il “falso mediatico” mi aveva intrigato e indubbiamente Carlotta scrive bene. Peccato che si sia dilungata troppo con la storia dell’asciuga capelli che le ha fatto fare uno scivolone. Poi è anche una questione di scelta scrivere senza prendere le distanze dalle confidenze di un ragazzetto incontrato per caso. Se vogliamo aggiungere qualcosa alle informazioni di Wikipedia, so che dalla democratica e sviluppata Italia, sono partite migliaia di persone malate di cancro in cerca di sollievo con le cure offerte a Cuba…. http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=366668

  3. Roberto Sedda Rispondi

    14 febbraio 2012 at 16:31

    Sono d’accordo con Rosa. Non è opportuno basarsi sulle confidenze di un ragazzetto incontrato per caso. Infatti io per documentarmi sulle violazioni dei diritti umani uso Amnesty. L’ultimo rapporto, che si trova all’indirizzo
    http://www.amnesty.it/Rapporto-Annuale-2010/Cuba
    recita:
    “Le autorità hanno continuato a limitare fortemente i diritti civili e politici. Esponenti critici del governo hanno continuato a essere incarcerati; molti hanno riferito di essere stati percossi durante l’arresto. Le restrizioni alla libertà di espressione sono state diffuse. Il governo ha continuato a reprimere la libertà di associazione e di riunione [...] La libertà di espressione ha continuato a essere fortemente limitata. Tutti gli organi di informazione e Internet sono rimasti sotto il controllo dello stato. Le autorità hanno continuato a bloccare l’accesso a siti web di blogger e giornalisti critici del governo. Accuse penali come “pericolosità” hanno continuato a essere impiegate per limitare la libertà di espressione, associazione e riunione dei dissidenti. Giornalisti indipendenti e blogger hanno subito vessazioni. Alcuni sono stati minacciati di procedimenti penali e diversi sono stati arrestati”.

    Se si considera che il focus dell’articolo della giovane e bellssima blogger (perché solo delle blogger donna questi dati vengono enfatizzati?!) non sia il controllo e la falsificazione delle informazioni, ma le condizioni economiche di Cuba, si può vedere invece
    http://www.rapportipaesecongiunti.it/rapporto-congiunto.php?idpaese=58
    In generale, lo sanno anche i sassi che Cuba è un paese povero (da quando c’è l’embargo molto povero) con un indice di sviluppo umano e condizioni di vita migliori di quelle di paesi poveri comparabili. Se *senza* la rivoluzione avrebe potuto essere meno o più povero è materia che si dovrebbe lasciare agli storici, non ai tifosi, e se il relativo benessere rispetto ad altri paesi poveri compensi la mancanza di libertà individuale rimane alla valutazione della coscienza di ciascuno.

    • nicola sessa Rispondi

      15 febbraio 2012 at 12:30

      “Non è opportuno basarsi sulle confidenze di un ragazzetto incontrato per caso”.
      E’ un blog, uno squarcio temporale scritto benissimo, non è un trattato su Cuba, credo che ci stia tutto il racconto di Carlotta così come le opinioni di un ragazzetto incontrato per caso. La rigidità, l’intransigenza e la difesa cieca sono i killer dell’Idea e di ciò che più amiamo.

  4. Carlotta Comparetti Rispondi

    14 febbraio 2012 at 20:14

    In realtà era lontanissima da me l’idea di far scivolare contesti complessi e tanto diversi come Cuba, Siria, Libia o Birmania in un unico grande calderone. Ma se questa è la percezione che è arrivata, mi dispiace davvero. Di fronte a quello specchio scorrevano immagini random di Paesi distanti tanto nello spazio quanto da un punto di vista geopolitico. A dar loro coerenza nell’ordine discutibile dei miei pensieri, un unico filo: non già la storia o i giochi di potere che hanno prevalso nella storia di ciascuno di essi ma il falso mediatico. Cioè le immagini parziali, caotiche e talvolta perfino contrastanti che i media hanno spesso confezionato per noi. Spettacolarizzazioni macabre o manipolazioni come considerai, a suo tempo, il caso del cimitero di Tripoli divenuto una “fossa comune”. Un episodio non meno grave dell’opera di mistificazione messa in scena da gran parte dei media per convincerci della necessità di deporre un tiranno in possesso di armi di distruzione di massa che in Iraq non furono mai trovate. Della Birmania, penso alle poche notizie tradotte in inglese del New Light of Myanmar, il giornale ufficiale della giunta, che detiene il monopolio dell’informazione e la distorce da decenni a propria immagine e somiglianza. Quanto a Cuba, senza pregiudizi né tantomeno l’intenzione di schierarmi, ho riportato le opinioni di “ragazzetto” che a Cuba ci è nato e ci ha vissuto ventitré anni. E che ha voluto raccontarsi. Credo, anche, con un velo di nostalgia.

  5. giuliano Rispondi

    15 febbraio 2012 at 11:49

    Preghiera per un bambino.

  6. Andria Medina Rispondi

    15 febbraio 2012 at 12:13

    Saluti sono una cubana che una volta era obbligata a essere come “Ernesto Guevarra”, e cosi VIA OBBLIGATA essere come altri “eroi” mi sono dimenticata di essere mi stessa. Tutto questo grazie a all’educazione GRATIS, della quale se parla TANTO, dove l’adottrinamiento é il programma principale del Regimen Comunista a Cuba.
    Vi lascio questo video girato con la consapevoleza del regimen dentro una scuola cubana. Regista una studentesa di cinema Laura Vasquez.
    VIVA EL CAOS DE LA LIBERTAD….

    http://www.youtube.com/watch?v=TdtrCh3Lu3w

  7. Marisol Rispondi

    15 febbraio 2012 at 15:59

    solo perche’ hai stimolato questa discussione, grazie.
    ulteriori passi nel Mondo…del giornalismo e della liberta’ di pensiero. comunque la si pensi.

  8. Danilo Rispondi

    15 febbraio 2012 at 19:53

    a quanti citano l’autorevolezza di Wikipedia, l’enciclopedia che anziché fornire il sapere fa credere di sapere, cito questo articolo che spiega com’è realmente la vita a Cuba

    http://www.loccidentale.it/articolo/generazione+y.+il+blog+che+racconta+l%E2%80%99anima+dei+cubani+oppressa+dal+regime+castrista.0055826

    è molto lungo quindi cito qualche passo che aiuta a comprendere meglio il REGIME (sottolineo il carattere maiuscolo) Castrista: “con il salario di Stato a Cuba non si mantiene una famiglia, e lei comincia a dare lezioni illegali di spagnolo ai turisti tedeschi in visita all’Avana. Una scelta già di dissenso implicito, quella di entrare nell’economia parallela, ma comunque ampiamente diffusa a Cuba, se non altro per mere esigenze di sopravvivenza. E comunque Yoani riesce a mantenersi a un livello un più alto: non solo rispetto alle studentesse o laureate che si prostituiscono, ma anche agli ingegneri che si mettono a guidare un taxi, alle maestre che si impiegano negli alberghi o a neurochirurghi e fisici nucleari che fanno i commessi nei negozi per turisti.”…
    “più di un cubano ogni 10 che vive oggi all’estero”…
    “Il denaro non esce dal benevolo borsello di chi ci governa, ma dalle alte imposte che riscuotono per ogni prodotto acquistato nei negozi che vendono in pesos convertibili, dai pagamenti eccessivi che ci obbligano a eseguire nelle pratiche migratorie, dal peso umiliante che la valuta straniera possiede in questa isola e dalla sottovalutazione salariale alla quale sono sottomessi tutti i lavoratori. Siamo noi che paghiamo questi servizi dei quali, ironia della sorte, non possiamo lamentarci”…
    …….ma Cuba non è un paradiso?…

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