



Lorenzo Bagnoli, da Dakar
“Il secondo turno era inevitabile. Con una lista di 14 candidati era impossibile vincere subito” commenta Papa Moussa Diop, notista politico di Sud Quotidien, un giornale di Dakar. È insieme a un centinaio di colleghi da tutto il mondo mentre attende l’arrivo di Macky Sall, il candidato forte che potrebbe sottrarre la presidenza del Senegal ad Abdoulaye Wade. È la sera dopo il voto del primo turno, il 26 febbraio. Fuori, davanti al quartier generale dell’Apr (Alleanze per la repubblica), il partito fondato da Macky nel 2008, i suoi sostenitori festeggiano come se la partita fosse già chiusa. Invece, siamo solo al primo tempo: il verdetto finale arriverà solo il 18 marzo, il giorno del ballottaggio. Sono le 23.30 quando un consigliere di Macky entra in sala stampa, con tre ore si ritardo rispetto all’appuntamento previsto. “Il presidente è stanco – dice – e vi dà appuntamento a domani. Quello che posso dirvi è che abbiamo vinto nei distretti di Dakar, di Fatick, di Matam e nelle banlieu attorno alla capitale”. I risultati nazionali escono tre giorni dopo il voto: Abdoulaye Wade, il presidente uscente, è primo con il 34,97 percento dei voti. Macky segue al 26,21, sostenuto soprattutto dai voti di chi appartiene al suo gruppo etnico, i pulaar, più del 20 percento della popolazione. “È un fenomeno che mi preoccupa, non si era mai visto in Senegal”, sottolinea il professore Boubacar Boris Diop. L’intellettuale ha seguito gli scrutini dalla sua casa a Saint Louis, nel nord del Paese. Ha l’aria disillusa di chi non si aspetta niente dalla politica: “Sono triste – dice – , Macky è il figlio politico di Wade. Sono certo che non cambierà nulla”. Nato e cresciuto sotto l’ala protettrice del Pds, il partito democratico fondato da Abdoulye Wade, Macky Sall è stato il premier, il ministro dell’energia e dei trasporti, il capo della campagna elettorale di quello che oggi è il suo avversario.
Il giorno del voto, il 26 febbraio, è stata una giornata tranquilla. Dakar era blindata come se la popolazione dovesse marciare sul Palazzo presidenziale: ovunque, in città, si trovavano i pick up blu della polizia in tenuta antisommossa. A Niari Tali, uno dei quartieri centrali di Dakar, si votava alla scuola Cleuf Volants. “Il vecchietto è fottuto” esulta Karim Gueye mostrando il mignolo verniciato di viola, segno che ha compiuto il suo dovere di cittadino. Karim è uno dei rapper che ha fondato Y’en a marre, il movimento che più di tutti ha contestato la candidatura di Wade. Secondo il movimento, Wade sarebbe colpevole di aver violato la Costituzione che prevede solo due mandati. Le proteste non si sono fermate nemmeno quando il Consiglio costituzionale, l’organo supremo a garanzia della legge statale, ha approvato la candidatura del presidente in carica. La questione è stata al centro dei dibattiti televisivi fino al voto, rubando tempo e spazio ai programmi politici. Dalla casa di Niari Tali fino allo studio di registrazione nella zona del mercato di Medina, Karim continua a stringere mani e invitare gli amici a pronunciarsi sulla futura guida del Paese. “A noi di Y’en a marre non importa chi verrà scelto – spiega – ma solo che Wade se ne vada e la popolazione s’impegni attivamente”. Tre giorni dopo, i risultati evidenziano che il 40 percento dei senegalesi, però, non si è espresso. Gli “yenamaristi” temono che l’astensionismo faciliti i brogli. “Non c’è da preoccuparsi – replica Jean-Claude Kesse, presidente togolese del gruppo di osservatori africani -. Dalle nostre stime possiamo dedurre che il popolo senegalese potrà decidere in piena libertà chi sarà il prossimo presidente”.
C’è una parola, in wolof, che si sente ovunque: “Waxeet!”. Significa tradire le aspettative, promettere e non mantenere. È questo il sapore amaro che Gorgui, il vecchio, come chiamano Wade, ha lasciato in una buona fetta del Paese: lo si sente dire nei mercati, sulle sept places (le macchine che portano fuori città), nelle case. Anche chi non ha votato, ha qualcosa da ridire all’amministrazione dell’ultimo presidente. “Cosa può fare un vecchietto di quasi 90 anni? Non può guidare il Paese!”. Amadou ha 23 anni e di mestiere fa il meccanico. “La vita costa cara – racconta – non ci sono opportunità. La gente è stufa e ha ricominciato a emigrare”. Ha votato per Macky convinto che sia l’uomo che cambierà il Paese. Ma come può farlo se cresciuto nelle segreterie del partito di Wade? “È giovane, è un volto nuovo. Wade ha pagato tutti per sostenerlo, dai capi villaggio alle guide spirituali, molto influenti in Senegal”. Forse non è stato l’unico in questa campagna elettorale. “Macky Sall non lo farà. Poi è colpa di Wade se è aumentata la corruzione nel Paese”, conclude Amadou, irremovibile. In Senegal dai tempi del partito socialista di Senghor esiste questo culto dell’alternanza, ma in realtà il passaggio di potere si traduce in una successione dal grande capo al suo prediletto. È stato così tra Leopold Sedar Senghor e Abdou Diof, la storia potrebbe ripetersi tra Wade e Macky, anche se formalmente in schieramenti opposti.
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