home » esteri » Libia, divisi alla meta

Libia, divisi alla meta

9 marzo 2012versione stampabile

Christian Elia

Il 7 marzo, a Bengasi, in Libia, due mila tra capi militari e politici della Cirenaica hanno annunciato di voler percorrere la strada politica dell’autonomia. Nessuno è in grado di capire fino in fondo quanto si tratti di una mossa politica o di un reale obiettivo di emancipazione da Tripoli, ma l’uso della forza minacciato dal presidente del Consiglio Nazionale di Transizione, Mustafa Abdel Jalil, è un segnale preoccupante. Anche perché, secondo il quotidiano algerino Le Temps d’Algerie, anche il Fezzan si prepara a diffondere la medesima dichiarazione. E – il mensile ha intervistato sulla questione del separatismo in Libia Renzo Guolo, docente di Sociologia dei processi culturali presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova. Si occupa in particolare dei movimenti fondamentalisti islamici, dell’Islam italiano ed europeo, dei rapporti tra attori politici e sociali nazionali con l’Islam italiano, della geopolitica del mondo musulmano. Su questi temi collabora, tra le altre, con riviste come la Repubblica, Limes e MicroMega.

Quale idea si è fatto dell’iniziativa autonomista della Cirenaica?

Siamo di fronte a una situazione ancora abbastanza incerta. Nel senso che la dichiarazione di semi autonomia della Cirenaica, anche se qualcuno ha voluto parlare di indipendenza, il governo centrale non riesca a imporre in qualche modo il monopolio della forza, visto che ci sono milizie armate costituite più che su base provinciale addirittura su base cittadina in alcuni casi, da Misurata a Zintan, fa pensare che il futuro dell’unità della Libia è ancora incerto. Questo è un dato di fatto, perché fino a quando non si riuscirà a mettere un punto fermo sull’ordinamento dello stato è evidente che restano bloccate tutte le mosse politiche successive. Vi è qualcuno che ritiene che la Cirenaica possa essere indipendente grazie alle sue risorse petrolifere, trovandosi in quella regione la gran parte dei pozzi, e che le tensioni potrebbero portare alla divisione della Libia in tre, considerando anche il Fezzan e la Tripolitania. Anche perché le tensioni centro – periferia tra le tre province con i vecchi nomi storici si erano manifestate già in passato e ci sono da sempre e che fino a ora erano state compresse da regimi autoritari o da un equilibrio ottenuto con concessioni negoziate nel risiko del potere della Libia unita. Siamo in una fase in cui tutti contrattano su tutto e o si trova un compromesso soddisfacente per tutti o è pensabile che le spinte centrifughe possano aumentare.

Crede che le potenze internazionali accetterebbero mai la frammentazione?

La comunità internazionale, anche a fronte dell’intervento Onu, credo punti a tenere unito il Paese. Si tratta di capire cosa potrebbe accadere qualora le tendenze centrifughe si spingano molto avanti. Perché a quel punto ciascuno dei grandi attori internazionali, sia quelli che hanno fatto parte della coalizione che quelli che hanno osservato da lontano, cercherebbero uno sbocco per la situazione, proprio perché quella è un area appetibile per la geopolitica internazionale.

Come spiegherebbe le caratteristiche della Cirenaica, con un legame differente della Tripolitania con l’Islam?

Nella Cirenaica, storicamente, ha dominato la confraternita della Senussia. Il fatto di essere vicina al confine egiziano la espone a influenze come quella dei Fratelli Musulmani o di gruppi islamisti più radicali, compresi i salafiti che in Libia si sono radicati negli ultimi anni. Una Cirenaica che si ponesse come una propaggine esclusivamente islamica, fuori dai circuiti internazionali, è un’incognita. E va valutato quale sarebbe in questo caso l’atteggiamento dei paesi del Golfo. E’ chiaro che una Cirenaica islamista, sul Mediterraneo, che si ponesse come fattore conflittuale, sarebbe un problema per molti. Credo che sia ancora da capire meglio la partita tra autonomia e indipendenza, anche perché formalmente sono annunciate elezioni a giugno. Quello è lo snodo per capire il futuro. E’ chiaro che tutti, governi e compagnie petrolifere, si posizionano con pragmatismo sullo scenario in divenire, compreso quello di una tripartizione della Libia.

Un anno dopo l’insurrezione di Bengasi, quale bilancio si può trarre della situazione in Libia?

La situazione è ancora in piena transizione. Il fatto stesso che il governo centrale non riesca a disarmare le milizie è indicativo, come dimostrano i recenti scontri a fuoco tra milizie rivali. Stesso discorso per la democrazia, che non si misura solo su processi elettorali e divisione dei poteri, ma anche nel rispetto dei diritti umani. Il trattamento dei prigionieri ritenuti gheddafiani nelle carceri mostra una situazione difficile. La Libia non è mai stata abituata alla democrazia, è un Paese grande con una popolazione ridotta. Ed è divisa. Delle rivolte arabe, almeno nel Nord Africa, è l’unica a essere partita in armi. Questa impronta di violenza è ancora molto forte, come la resistenza al disarmo. Credo che il problema sia questo: la Libia non ha ancora trovato un sistema di negoziazione tra gruppi e sottogruppi che si trovano nel Paese. Che anche nel regime di Gheddafi avevano trovato modo si esprimersi. L’assenza di regole condivise fa si che tutti radicalizzino le proprie posizioni. Credo che la Libia sia ancora ferma attorno alla questione se continuerà ad esistere come uno stato unitario, piuttosto che attorno al fatto che si tratti o meno di una democrazia.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>