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Etiopia-Eritrea, giochi pericolosi

17 marzo 2012versione stampabile

È un atto di guerra ma la guerra, al momento, non scoppierà. Nella notte tra giovedì e venerdì, l’esercito etiope ha sconfinato e attaccato tre basi militari eritree: quelle di Ramid, Gelahben e Gemble. Nessuna resistenza, missione facile. Un’azione dimostrativa, quindi, non la prima mossa verso una riapertura delle ostilità tra due Paesi che hanno combattuto una feroce guerra tra il 1998 e il 2000 (70 mila morti, 720 mila sfollati) e che i cui rapporti da dieci anni sono in uno stato di pace armata. L’Etiopia, per dire, ha smentito con la diplomazia ciò che aveva appena dichiarato attraverso il raid delle sue Forze armate. Shimeles Kemal, portavoce del governo etiope, ha rilasciato una dichiarazione con cui precisava che “queste misure (l’attacco) non costituiscono uno scontro militare diretto tra i due Paesi”. Anche Asmara getta acqua sul fuoco, dichiarando di non voler cadere nella provocazione etiope, il cui scopo è solo quello di distogliere l’attenzione dalla “debolezza del regime, dalla violazione del diritto internazionale e dall’occupazione illegale delle terre eritree”.

Resta il fatto che l’attacco di venerdì è il primo vero atto di guerra in dieci anni. Particolare non trascurabile è che sia avvenuto in un giorno con una grande valenza simbolica: il decimo anniversario del pronunciamento della Commissione per i confini tra Etiopia ed Eritrea, con sede all’Aja. Una sentenza che non ha risolto la disputa che oppone i due Paesi sulla definizione dei rispettivi territori: nello specifico, la città di Badme era stata riconosciuta come parte del territorio eritreo eppure l’Etiopia continua ad occuparla, “con il consenso di Stati Uniti e Nazioni unite”, è l’accusa più volte avanzata dal governo di Asmara. Che naturalmente potrebbe reagire. Una reazione se l’aspettano gli analisti che da anni seguono questa regione africana particolarmente instabile. Una risposta che difficilmente avrà la forma di un attacco armato diretto, e questo per due ragioni: la prima è che l’Eritrea non dispone delle risorse militari sufficienti per poter sfidare direttamente l’Etiopia. La seconda è che, in questo modo, darebbe ad Addis Abeba l’occasione per poter gridare al pericolo eritreo, costruendo la cornice ideale per un attacco che verrebbe benedetto dalla comunità internazionale e risolverebbe una questione nata nel 1993, con la secessione dell’Eritrea dall’Etiopia, con cui quest’ultima perse lo sbocco sul mare. Perdita strategica ed economica di immenso valore che Adis Abeba non ha mai metabolizzato.

Non è questo che si aspettano gli analisti: più probabile che Asmara scelga di destabilizzare l’Etiopia giocando sulla scacchiera somala, in quella Somalia precipitato nel caos vent’anni fa e rimasto da allora uno dei principali fattori d’instabilità regionale. In Somalia, l’esercito etiope è intervenuto più volte. I rapporti tra il vertice eritreo e le milizie filo-qaediste di al Shabaab è da qualche anno oggetto di speculazioni: il governo etiope ha giocato questa carta ripetutamente per isolare il regime di Isaiah Afewerki. Le stesse Nazioni unite hanno diffuso un rapporto che ricostruiva la rete dei rapporti tra Eritrea e terrorismo islamico. E sempre l’Onu denunciò il ruolo di Asmara nell’attentato, sventato, che avrebbe dovuto insanguinare il vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba, nel gennaio dell’anno scorso. Quella delle guerre per procura, in fondo, è una strategia alla quale i due Paesi hanno fatto ricorso, soprattutto nel passato. Tanto l’Etiopia quanto l’Eritrea hanno dato ospitalità e fornito risorse a gruppi armati che avevano come obiettivo il rovesciamento del governo nemico. Anche questa volta, Addis Abeba ha giustificato il raid contro le tre basi eritree con la necessità di proteggere il proprio territorio dalle incursioni dell’Afar Revolutionary Democratic Unity Front (Ardu), il fronte armato che combatte contro il governo etiope e che mira alla costituzione di uno Stato che riunisca tutte le popolazioni di etnia Afar, sparse tra Etiopia, Eritrea e Gibuti.

 

3 Responses to Etiopia-Eritrea, giochi pericolosi

  1. silvano striato Rispondi

    17 marzo 2012 at 20:42

    Drammatico! “una feroce guerra tra il 1998 e il 2000 (70 mila morti, 720 mila sfollati)”.
    Potreste farci capire meglio le cose con l’aiuto di qualche cartina geografica?
    grazie

  2. alan Rispondi

    20 marzo 2012 at 23:54

    vede, signori Silvano, Lei ha inaverititamente toccato un tasto fondamentale. In Italia non si sà nemmeno dove sono ubicati i due paesi. La completa indifferenza sulla questione Eritre/Etiopia è uno dei fattori principali di questa ‘guerra fredda’ tra i due paesei africani che dura ormai da più di un decennio. Come Lei saprà si tratta di due ex colonie italiane, converrà con me se le dico che il completo disinteresse dell’Italia su questo tema è una pagina davvero nera della diplomazia nostrana. L’Eritrea è stata isolata e demonizzata, ciò ha permesso al regime attuale di prendere una svolta dittatoriale violentissima. Quando un amico prende una via sbagliata che lo porta sull’orlo del baratro dovrebbe essere compito delle persone a lui vicine dissuaderlo e dargli l’appoggio necessario, l’isolamento sortirebbe invece effetti contrari. L’Italia si è dimenticata della sua ex colonia, dei numerosi italiani ancora presenti nel corno d’africa, delle svariate centinaia di migliaia di immigrati eritrei ed etiopici presenti nel suolo italiano nonchè delle migliaia di profughi eritrei ed etiopici che giungono puntualmente a lampedusa ogni anno. Mi rendo conto che il corno d’africa non ha petrolio e risorse che invece hanno afghanistan, libia e iraq, paesi dove l’italia ha invece deciso di far sentire la sua voce…riflettete gente…riflettete…

  3. Ilaria Rispondi

    15 maggio 2012 at 14:12

    Alan, è vero che non c’è petrolio, ma è vero che, a detta di locali con cui ho avuto modo modo di parlare lo scorso novembre, sempre più aziende italiane stanno facendo investimenti (sfruttamenti) in terra etiope, cecando di avere appalti per le infrastrutture e, in generale, stati stranieri stanno arraffando quanto possono nelle miniere di vario genere presenti nel Paese (In Dancalia predominano i canadesi). Ho la sensazione che sia, come per la maggior parte dei paesi africani, una strategia di destabilizzazione, che noi paesi occidentali lasciamo si attui, per distrarre e coprire dai traffici in corso per accaparrarsi le risorse naturali di una terra povera. Per l’interesse di pochi, il dolore di tanti. O forse, come dice lei, è semplicemente una noncuranza del nostro governo. In entrambi i casi, non c’è di che gioire, ma di che vergognarsi..

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