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Ustica, non è ancora il tempo

17 marzo 2012versione stampabile

Cora Ranci

I famigliari delle vittime della strage di Ustica, per il momento, non saranno risarciti. Nel settembre scorso, il Tribunale civile di Palermo aveva condannato i Ministeri dei Trasporti e della Difesa a riconoscere di non essere stati in grado di garantire la sicurezza sui nostri cieli, risarcendo i parenti delle vittime della strage con oltre cento milioni di euro. In febbraio, l’avvocatura dello Stato aveva chiesto la sospensione del provvedimento, e la notizia di oggi è che la Corte di Appello di Palermo ha accolto quella richiesta. Sospensione, dunque. Fino a quando? Fino ad aprile 2015, data cui è stato rinviato il processo.

Come interpretare la decisione della Corte di Appello di Palermo? Facciamo un passo indietro. Anzi, trentadue passi indietro.

Ustica, 27 giugno 1980. Un aereo di linea in volo da Bologna a Palermo esplode in aria. Ottantuno morti, nessun sopravvissuto. Per anni non se ne parla. Incidente? Attentato? Sono tante le ipotesi che vengono fatte. Missile? Sembra incredibile. Chi dovrebbe sparare un missile contro un aereo civile in tempo di pace? Eppure dalle registrazioni radar sembra sia andata proprio così. Si vede un caccia, in manovra di attacco. E poi c’è quel Mig 23 dell’aviazione libica precipitato misteriosamente sui monti della Sila, con fori di proiettile sulla carcassa. Di cui anni dopo Giovanni Spadolini dirà: «Scoprite la verità sul Mig libico e avrete trovato la chiave per la strage di Ustica». Poi ci furono gli insabbiamenti, i depistaggi, decine di morti sospette. Qualcuno non voleva che la verità venisse svelata. Ma è difficile tenere nascosta una battaglia aerea. E nel 1997 la magistratura riuscirà a ottenere dalla Nato un documento (http://www.stragi80.it/documenti/ricostruzioni/nato_97.pdf) che conferma: in volo, quella sera, intorno al DC-9 dell’Itavia c’erano diversi aerei militari. Ma come? La Difesa l’aveva sempre negato. Eppure.

Eppure. Un avverbio esemplificativo della storia di Ustica. C’erano aerei militari in volo quella sera, eppure la nostra Aeronautica ci aveva rassicurato sulla totale assenza di “attività volativa”, come dicono loro. C’era la guerra, quella sera, sui nostri cieli. Eppure, eravamo in tempo di pace. C’era qualcuno che avrebbe dovuto garantire la sicurezza di un volo civile, con undici bambini a bordo. Eppure quel qualcuno, lo Stato, non vuole assumersi questa responsabilità. Ci sono paesi stranieri che dovrebbero rispondere alle rogatorie della nostra magistratura, che chiede di conoscere le nazionalità degli aerei militari in volo quella sera. Eppure non lo fanno. Né il nostro governo, tanto solerte nel chiedere di sospendere il risarcimento per le famiglie private di giustizia, si premura di sollecitare i governi dei paesi amici. Potrebbe farlo, anche se è un governo tecnico. Eppure, non lo fa.

Ustica è una verità ancora troppo scomoda. La decisione della Corte di Appello di Palermo lo conferma. Come ha commentato Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime, questa sentenza denota le persistenti difficoltà nel prendere atto della verità su questa tragica vicenda. “Se si prendesse atto del fatto un aereo civile è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea – sottolinea l’ex senatrice del Pd – inevitabilmente si prenderebbe atto anche delle responsabilità in capo ai Ministeri, e quindi di uomini dell’apparato dello Stato, nell’aver impedito per 32 anni l’accertamento della verità”.

 

Se non sono bastati 32 anni, quanto tempo ancora dovremo attendere prima che lo Stato italiano riconosca le proprie responsabilità? Oggi, ne abbiamo la conferma, non è ancora il tempo. Nel 2015 chissà.

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