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Macedonia, zibaldone dei Balcani

26 marzo 2012versione stampabile

Valeria Fornarelli

Macedonia. Per quanto la Grecia possa opporsi, non c’è nome più adatto per questa ex repubblica slava. Un vero e proprio “zibaldone”, per dirla alla Leopardi, di popoli, religioni, etnie, culture.

Dalla sua indipendenza nel ‘91, la solidità di questa ex repubblica jugoslava è stata sempre minacciata da diversi fattori che non le hanno reso la vita facile: la complessa convivenza tra maggioranza macedone e minoranza albanese, all’interno, e gli ostacoli posti dalla vicina Grecia, all’esterno.

Sviluppi interni e relazioni internazionali continuano a essere strettamente collegati: un passo in avanti verso l’adesione all’Unione Europea favorirebbe anche la gestione dei rapporti tra le etnie, che negli ultimi venti giorni si sono riaccesi causando oltre 15 feriti e alcuni decessi.

Queste reali contraddizioni rivelano le fragilità di un paese, che insieme con altri stati balcanici, rende la fotografia dell’Europa dell’est ancora in “chiaroscuro”.

Separati in casa – Il censimento previsto nel mese di ottobre 2011 è stato annullato. L’ultimo, quindi, risale a dieci anni fa. Conoscere il numero dei cittadini e, di conseguenza, il peso delle comunità etniche, è una questione delicata e, soprattutto, politica.

Secondo i dati del 2002, il paese conta circa due milioni di abitanti, di cui 64 per cento di etnia macedone, 25 per cento albanese (di religione musulmana), 3,8 per cento turca, 2,8 per cento rom.

La Costituzione della Macedonia tutela la cultura e la lingua delle minoranze nazionali, ma gli albanesi, un quarto della popolazione, rifiutano di essere considerati tali.

Nelle aree nordoccidentali del paese, dove sono maggioritari, i settori radicali della comunità albanese chiedono la secessione o la creazione di uno stato costituzionalmente bi-nazionale, in cui le due lingue siano equiparate a tutti gli effetti.

Ma non è solo una questione linguistica. In alcune zone del paese si respira un clima di diffidenza e, in alcuni aspetti della vita quotidiana, permangono ancora ghettizzazioni.

La parola alle cronache – Le vicende degli ultimi anni sembrano reiterarsi fino a qualche giorno fa, quando sono riaffiorate le tensioni e si sono verificati una ventina di incidenti interetnici.

Assalti a moschee e chiese, bandiere strappate, provocazioni, aggressioni con spranghe e mazze da baseball.

Da Skopje a Tetovo, nelle strade e sui mezzi pubblici, è stata intensificata la presenza di agenti, anche in borghese.

L’ondata di violenze è lo strascico di due episodi: il primo risale a gennaio scorso durante il più famoso carnevale della Macedonia a Vevcani, dove hanno sfilato maschere ritenute offensive per la religione musulmana. La reazione della comunità albanese fu immediata e rabbiosa, tanto da inneggiare alla morte dei cristiani.

L’altro episodio riguarda il duplice omicidio di febbraio per mano di un poliziotto macedone nella città di Gostivar, a ovest del paese. Vittime due albanesi. Il movente non è stato ancora accertato, ma per i più è un delitto a sfondo etnico.

Casi che raccontano le ferite ancora aperte del breve conflitto armato del 2001 tra le forze di sicurezza macedoni e la guerriglia separatista albanese. Ufficialmente la crisi si concluse con l’accordo di Ohrid, che assicurava maggiori garanzie ai cittadini di etnia albanese.

Orizzonti lontani - A più di vent’anni dallo smembramento della Jugoslavia, i Balcani soffrono ancora di disgregazione sociale e sono in cerca di una piena inclusione nei processi d’integrazione europea.

A livello internazionale Skopje è riconosciuta come “Repubblica di Macedonia” da più di 120 stati, tra cui Usa, Cina e Russia.

Il paese attende dal 2005, anno in cui ha acquisito lo status di candidato Ue, l’apertura dei negoziati d’adesione, ma il suo percorso è formalmente bloccato dalla Grecia.

Atene contesta il nome Macedonia, ritenuto di patrimonio ellenico, e teme che Skopje possa avanzare pretese territoriali sulla provincia a nord della Grecia che porta lo stesso nome del paese balcanico.

A causa di tale disputa, il paese ex jugoslavo fu accolto all’Onu col nome provvisorio di Fyrom (Former yugoslavian republic of Macedonia). E da allora Atene ha bloccato tutti i tentativi d’ingresso della Macedonia nella Nato e nell’Unione dei 27.

Giovani fiduciosi – Il 17 marzo l’ong Together for Peace ha organizzato la Marcia per la Pace che ha visto giovani macedoni e albanesi sfilare insieme a Skopje sul ponte di pietra, evocando messaggi di pace e convivenza etnica.

In Macedonia esiste un panorama di associazionismo fervido, ma poco conosciuto. Sono giovani che lavorano per l’integrazione, cercando di far praticare l’esercizio della tolleranza reso problematico da retaggi storico-religiosi che permangono nel substrato del paese.

Credono nell’Ue e sono conviti che i Balcani siano una “grossa insalata mista” che senza integrazione potrebbe diventare un “cancro”.

Uno di loro Bosko Nelkoski, 31 anni, partecipa ai programmi Ipa Cross-border con paesi vicini e fa parte di una Commissione creata ad hoc dal Ministero dell’Istruzione macedone che lavora a fianco della Commissione Europea per uniformare le leggi nel campo dell’educazione e della cultura.

La sua no-profit è convinta che per superare i conflitti interetnici occorra partire dal basso organizzando iniziative e progetti interculturali che vedono serbi, bosniaci, bulgari, macedoni e albanesi cooperare, confrontarsi e condividere.

Lui come altri sono impegnati nello sviluppo del paese, della sua economia e soprattutto delle persone, diffondendo un pensiero open minded.

Se, come loro, anche gli stati balcanici, a livello politico e regionale, investissero nel rispetto reciproco e capissero che l’unione fa la forza, si sentirebbero tutti più europei.

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