home » esteri » Balcani, tra storia e identità nazionale

Balcani, tra storia e identità nazionale

8 aprile 2012versione stampabile

Francesca Rolandi

Si è spesso parlato del ruolo della storia nei Balcani, molte volte a sproposito, descrivendola come un ciclo destinato a ripetersi e annullandone la distanza storica. E’ certo tuttavia che di storia, nei nuovi Stati emersi dal collasso della Federazione jugoslava, si parli molto anche fuori dai circoli accademici, in particolare quando essa contribuisce a rafforzare l’identità nazionale. Quando invece la storia, come è stato per secoli, testimonia la convivenza tra gli slavi del sud, essa diventa scomoda e rischia di minare le nuove narrative nazionali. Così i quattro decenni di stabilità garantita dal regime socialista sono di colpo, come d’incanto, spariti dai manuali scolastici delle nuove generazioni di studenti dei paesi della ex Jugoslavia.

Non stupisce quindi che una delle personalità che oggi animano più vivacemente la scena politica e giudiziaria serba è Draža Mihailović. Poco importa che Mihailović, capo del movimento cetnico, sia morto nel 1946, fucilato da un Tribunale rivoluzionario jugoslavo. Durante la seconda guerra mondiale i cetnici nacquero come movimento di resistenza contro gli occupanti tedeschi e italiani agli ordini dal governo monarchico jugoslavo in esilio a Londra, ma in breve si allearono con le truppe dell’Asse per combattere contro i partigiani comunisti. Oltre a una sanguinosa guerra civile su base politica, i cetnici si resero responsabili di massacri e azioni di pulizia etnica ai danni delle popolazioni non serbe, contribuendo a infiammare quella spirale di violenza etnica che fece della Jugoslavia uno dei paesi che subirono maggiori perdite durante la seconda guerra mondiale. Non è forse casuale che nei conflitti degli anni ’90 numerosi gruppi paramilitari serbi si siano richiamati attivamente alla tradizione e alla simbologia del movimento cetnico e come tali siano stati identificati dalla popolazione civile che ne è stata vittima.

La Serbia venne trascinata nelle guerre degli anni ’90 dal partito socialista, che ribaltò gli ideali di “fratellanza e unità” di cui teoricamente si faceva portatore, per perseguire una politica iper-nazionalista ed espansionista ai danni delle altre Repubbliche. L’esercito che assediò Vukovar e bombardò Sarajevo portava ancora il simbolo della Stella Rossa e si richiamava, almeno ufficialmente, alla tradizione partigiana. Al suo fianco, riconciliate nei fatti anche se non nelle parole, quelle unità paramilitari che si richiamavano ai cetnici di Mihailović e che si resero responsabili delle peggiori efferatezze. In questo abbraccio mortale si può forse rintracciare le origini del discredito della sinistra in Serbia, che non è stato ancora superato, e della mancanza di una alternativa politica antinazionalista che caratterizzò gli anni ’90. Successivamente, i governi che si sono succeduti dalla caduta di Milošević nel 2000 hanno gradualmente rivalutato la memoria storica del movimento cetnico e assestato un colpo fatale a quella dell’antifascismo.

Secondo l’interpretazione ufficiale del periodo socialista, in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale si sarebbero fronteggiati gli occupanti stranieri, affiancati dai movimenti collaborazionisti locali (tra i quali il movimento cetnico), e i partigiani comunisti. L’aspetto di guerra civile veniva così interamente attribuito allo scontro politico (fascismo vs antifascismo) mettendo in ombra la spirala di violenza innescatasi su base nazionale. Nell’ultimo decennio si è invece imposta sui media una immagine dei cetnici che li descrive come principale fulcro della resistenza e come protettori della popolazione serba (avrebbero adottato una strategia attendista verso gli occupanti per tutelare la popolazione civile da possibili rappresaglie), mentre si è verificata una parallela insistenza sui crimini compiuti dai partigiani comunisti. Molti dei politici dell’area di governo hanno ripetutamente reso omaggio al movimento cetnico. Nel 2004 è entrata in vigore una legge che parifica appartenenti al movimento cetnico e al movimento partigiano. Nel 2009 il Ministero della Giustizia ha dato il via a una Commissione di Stato per l’accertamento delle circostanze della morte di Draža Mihailović, seguita da un’altra per la riscoperta delle fosse comune di coloro che furono fucilati con l’accusa di essere stati collaborazionisti durante la seconda guerra mondiale. Come è stato osservato da più parti, la demonizzazione del socialismo e la normalizzazione del nazionalismo, hanno portato a una rilassatezza o addirittura a una riabilitazione del passato fascista e all’abdicazione ai valori dell’antifascismo.

In questi mesi sta volgendo al termine un processo in sede giuridica per la riabilitazione di Draža Mihailović. Nel 2006 il nipote di Mihailović, insieme ad alcune oscure figure della scena politica serba, avevano depositato una richiesta di riabilitazione in sede giuridica. Il processo si è svolto attraverso un’analisi del processo del 1946 (nel quale Mihailović era stato condannato per crimini di guerra e per tradimento), sia attraverso l’analisi della documentazione che attraverso testimoniane dirette (dei pochi testimoni diretti ancora vivi e dei molti storici che negli ultimi anni si sono occupati del movimento cetnico). Motivato come azione necessaria per correggere le ingiustizie della giustizia rivoluzionaria (che fu chiaramente un processo politico a causa della temperie nella quale si svolse), nella definizione stessa di “riabilitazione” è insito lo scopo stesso del procedimento giuridico: quello di dimostrare l’infondatezza delle accuse rivolte al comandante cetnico e liberare la sua immagine dall’anatema che l’ha caratterizzata da molti decenni. Quello che ne emerge è una forte confusione tra il piano storico e quello giudiziario, che vuole portare alla riscrittura della storia a uso e consumo del presente e a una collaterale riabilitazione dell’ideologia collaborazionista e nazionalista.

Sarà forse perché, nonostante la Commissione creata ad hoc, i suoi resti non sono stati ancora trovati che il fantasma di Draža perseguita ancora la Serbia, avvelenando il dibattito politico e le relazioni internazionali nella regione. Croazia e Bosnia Erzegovina, i due paesi che nelle ultime guerre hanno subito più vittime civili ad opera di unità che combattevano sotto le insegne cetniche, hanno risposto con un coro di critiche al processo in corso. Riabilitare i cetnici della seconda guerra mondiale significa anche riabilitare l’ideologia a cui si sono ispirati gli estremisti serbi nelle guerre degli anni ’90, primo tra tutti Vojislav Šešelj, leader del partito radicale, che si trova attualmente sotto processo all’Aia per crimini di guerra. E mentre in Serbia si cerca nelle aule giudiziarie di riscrivere la storia degli avvenimenti successivi alla seconda guerra mondiale, sembra mancare in tutta la regione la volontà di arrivare a un accertamento delle circostanze in cui hanno perso la vita decine di migliaia di vittime nelle guerre degli anni ’90, i cui familiari aspettano ancora di conoscere la verità.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>