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A quando codici identificativi per le forze di polizia in Italia?

23 aprile 2012versione stampabile

Andrea Leoni

Anche grazie all’uscita del film Diaz uscito la scorsa settimana in tutti i cinema italiani, torna attuale il dibattito sull’uso di codici identificativi individuali sulle divise e i caschi degli appartenenti alle forze dell’ordine, utilizzati in quasi tutti i Paesi europei. A rilanciare la questione è stato il Movimento 5 stelle del Piemonte, vicino alle tematiche dei NoTav, che nelle scorse settimane aveva presentato un accurato dossier sull’operato di Polizia e Carabinieri in Val Susa. Non essendo presente nel Parlamento italiano il movimento 5 stelle, ha depositato la sua proposta di legge alla Camera nel consiglio regionale (possibilità concessa dalla Costituzione nell’articolo 121, come specifica Davide Bono nel suo intervento).

Nella relazione si sottolinea come le forze di polizia “preposte a far rispettare le leggi e mantenere l’ordine pubblico, sono a loro volta soggette alla legge e tenute comunque al suo rigoroso rispetto, in qualsiasi circostanza”. La relazione sostiene che in Italia, , in manifestazioni che degenerano in disordini, le forze dell’ordine vengono meno al “ruolo di garanti dell’ordine pubblico e di esecutori di ordini in conformità alla legge, finendo per travalicare i principi inderogabili di legalità e onestà che dovrebbero contraddistinguerle, trasformando il legittimo impiego della forza da parte di uno ‘Stato di diritto’ in un abuso”. Nella relazione si citano gli episodi più clamorosi che hanno coinvolto cittadini italiani rimasti uccisi dalle forze dell’ordine (Carlo Giuliani e Federico Aldrovandi) per arrivare fino agli ultimi fatti che sono accaduti in Val Susa, “ad esempio il pestaggio di Marinella Alotta nel 2010, ma anche gli accadimenti del luglio 2011 di cui sono stati prodotti video che hanno segnalato agenti che hanno lanciato pietre contro i manifestanti, lanciato lacrimogeni ad altezza uomo, manganellato manifestanti a terra” che ha portato, tra le altre cose, all’apertura di venti fascicoli contro ignoti. Le indagini, come riporta la stessa Procura, sarebbero rese impossibili dalla difficoltà di riconoscimento delle Forze di Polizia: “Gli agenti in tenuta antisommossa sono coperti dal casco integrale con visiera e dalla divisa di ordinanza che non porta contrassegni che possano permettere l’individuazione del singolo agente” come si apprende nella relazione.

Secondo la relazione quindi “si ritiene necessario introdurre per legge l’obbligatorietà di riportare contrassegni identificativi individuali sulla divisa e/o il casco del personale di Polizia, per far sì che sia più difficile che eventuali abusi commessi dalle Forze dell’Ordine restino impuniti”.

Già tre sono le precedenti proposte di legge depositate alla Camera e al Senato rispetto a questo tema che non sono state raccolte dal Parlamento. La prima presentata il 24 settembre del 2001 dai deputati Deiana, Pisapia, Mascia in riferimento ai fatti accaduti nella Diaz e durante le manifestazioni contro il G8 di Genova: “nel corso di queste indagini”, scrivevano allora i parlamentari, è “risultato in molti casi difficile se non impossibile risalire agli autori di questi episodi perché i protagonisti, siano essi appartenenti alle forze dell’ordine o dimostranti, avevano il volto celato da caschi, maschere, fazzoletti o sciarpe”. La seconda, presentata il 2 luglio del 2002, in Senato dai senatori Martone, Iovene, Malabarba, Boco, De Zulueta, Ripamonti, Occhetto, Zancan, De Petris, Turroni, Carella e Donati. L’ultima il 17 giugno del 2008, per iniziativa dei deputati Turco, Beltrandi, Bernardini, Coscioni, Mecacci, Zamparutti riguardava ancora una volta la “materia di impiego dell’uniforme e di identificabilità del personale delle Forze di polizia”.

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