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Il Vaticano visto da Hong Kong

28 aprile 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

“Un’organizzazione che domina su un miliardo e trecento milioni di anime. Autoritaria e senza i vincoli imposti dalle tornate elettorali, le si accredita la mitica capacità di pianificare con anni, se non decenni, di anticipo. La sua autorità si basa sulla rigidità dottrinale e sulla capacità di imporla, si dedica periodicamente a purghe di seguaci sospettati di essere diventati troppo indipendenti. No, non sto parlando del Partito comunista cinese, ma del Vaticano. Possono essere nemici spirituali ma, come organizzazioni politiche, a volte sembrano gemelli”.

Inizia così, con un paragone piuttosto suggestivo, l’editoriale di Alex Lo – columnist del South China Morning Post – sulle ultime vicende che riguardano la chiesa di Roma: la “repressione” delle suore statunitensi e l’espansione a Oriente.
Nelle ultime settimane, il Vaticano si è dedicato a un giro di vite che ha colpito una delle manifestazioni più progressiste della chiesa cattolica: la Leadership Conference of Women Religious, un’associazione che riunisce molte suore Usa. Le monache sono state accusate di coltivare “temi femministi radicali” e di dedicarsi troppo alla povertà e all’ingiustizia economica, mentre non sarebbero sufficientemente dedite alla lotta contro l’aborto e il matrimonio gay. La grande chiesa di Roma ha le sue belle gatte da pelare – sostiene Lo – con gli scandali dei preti pedofili e “gli insabbiamenti diocesani”, e potrebbe ben accogliere le monache progressiste. “Ma gli uomini del Vaticano dovrebbero fare una riforma”, per cui “è meglio zittire le donne”. E per farlo, è stato appositamente nominato un vescovo.

Che la repressione possa disilludere molti cattolici non sembra infastidire il papa: “L’uomo ha un tocco spietato. Nel mese di luglio, ha preso la straordinaria decisione di richiamare l’ambasciatore vaticano a Dublino, per protesta contro un aspro attacco del Primo ministro irlandese a proposito del ruolo del Vaticano nel coprire gli abusi sessuali sui bambini da parte di sacerdoti irlandesi”.

I paragoni tra il Partito comunista cinese e il Vaticano non sono nuovi. Alcuni studiosi tendono ad assimilare la stessa Cina alla chiesa romana: nonostante il loro essere anche “Stato”, infatti, le si ritiene soprattutto due civiltà, probabilmente le ultime, che pretendono di rappresentare valori universali. È inevitabile quindi che cozzino. In Cina c’è “un solo imperatore sotto il cielo” e quindi anche i cattolici devono obbedire a lui in via esclusiva, non a un anziano signore biancovestito che sta a Luo Ma. D’altra parte, il papa non può concepire la Cina come universalismo, pena il proprio ridimensionamento (vi ricordate la tirata contro il “relativismo”?). Per lui la Cina non è che un “Cesare” a cui dare ciò che gli spetta, riservandosi il controllo delle coscienze.

Se a Pechino la via della riforma interna è lunga, accidentata, e spesso fa un passo avanti e due indietro, a Roma si preferisce esportare il problema adottando il metodo mercantilista: conquistare nuovi mercati.
Di nuovo Lo: “Per arrestare il declino della fede e dell’autorità cattolica in Occidente, a Roma sono necessarie riforme – ma questa è eresia. Al contrario, la via d’uscita per il papa è di concentrarsi su paesi come la Cina e altri mercati emergenti, luoghi dove i fedeli sono meno critici verso l’autorità e più ignoranti dei crimini della chiesa. Come ha detto John Allen, biografo di Papa Benedetto, il Santo Padre ha il ‘grande dono di pensare in termini di secoli’. Per il 21° secolo, il papa sa che il futuro è in Oriente”.

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