



Nessuna colpa, nessun colpevole. Questa la decisione del Military Advocat General, massima istanza di giustizia militare in Israele, in merito all’eccidio della famiglia Samouni, che perse ventuno membri, durante l’operazione Piombo Fuso nel 2009 nella Striscia di Gaza.
La famiglia palestinese attendeva giustizia, ma per la corte ”l’accusa di crimine di guerra alle forze armate israeliane è priva di fondamento”. Secondo i giudici, ”non c’è stata nessuna premeditazione nel colpire i civili (1400 le vittime alla fine dell’attacco ndr)”. Versione discordante da quella di testimoni oculari che riferirono di come il 4 gennaio 2009 militari israeliani ordinarono a circa cento civili di restare chiusi in un edifico che venne poi bombardato dai caccia di Tel Aviv.
”Inoltre nessuno dei soldati o degli ufficiali coinvolti ha agito in modo negligente”, ha tenuto a specificare la corte, eliminando anche la responsabilità preterintenzionale.
”Questa decisione non ci sorprende affatto”, ha commentato Hamdi Sahqrura, vice direttore del Palestinian Center for Human Rights. ”Rientra in una strategia precisa delle autorità israeliane che negano qualsiasi diritto ai palestinesi”. Anche B’Tselem, organizzazione non governativa israeliana che si batte per il rispetto dei diritti umani, ha definito ”inaccettabile la decisione della corte, che sancisce come non ci sia nessun responsabile per questa strage”.
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