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La Cina espelle giornalista straniera, è il primo caso da 13 anni

8 maggio 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

Al Jazeera ha chiuso la redazione in Cina del suo canale in inglese dopo che le autorità cinesi hanno rifiutato di rinnovare il visto a Melissa Chan, che dal 2007 era la sua corrispondente da Pechino. È la prima “espulsione” di un giornalista straniero accreditato dal 1998, quando sia un giapponese sia un tedesco furono accusati di essere in possesso di segreti di Stato. Precedentemente, nel 1995, le autorità non avevano rinnovato l’accredito a un giornalista tedesco, motivando la sanzione con i suoi articoli “aggressivi e di parte”.

Il ministero degli Esteri cinese non rilascia per ora dichiarazioni, così come la stessa Chan, che dal suo account Twitter si limita a ringraziare colleghi e “follower” (oltre 14mila) per gli attestati di solidarietà. Le uniche indiscrezioni arrivano dal Club dei Corrispondenti Esteri della Cina che, prendendo ufficialmente posizione contro il mancato rinnovo, riporta che secondo Pechino la giornalista avrebbe violato regole “non specificate”.

Al momento è quindi difficile comprendere quali siano le ragioni del mancato rinnovo. Chan, che è di nazionalità statunitense, ha negli ultimi anni spaziato tra vari argomenti “sensibili”: dal presunto utilizzo di carcerati per produrre le merci che vengono esportate in Occidente al traffico di neonati, passando per la denuncia degli ostacoli che si frappongono tra i corrispondenti stranieri in Cina e il proprio lavoro. Tutti argomenti che la giornalista di Al Jazeera ha affrontato con atteggiamento critico e che coinvolgono direttamente il governo cinese.

È probabile che Chan non sia stata quindi “punita” per un lavoro specifico, bensì per il suo atteggiamento complessivo.
Difficile valutare le conseguenze di questo fatto. Al Jazeera comunica che continuerà a coprire la Cina e spera di collaborare con Pechino per la riapertura della redazione in lingua inglese. Intanto, il canale in lingua araba manterrà il proprio corrispondente.
Su Twitter qualcuno scherza dicendo che la Cina sta specializzandosi nel “fare autogol”. Stiamo parlando di soft power. Ci si chiede che impatto possa avere questa storia sull’immagine della Cina nel mondo arabo. Ma può anche darsi che, dato che Chan lavorava in inglese, l’eco sarà maggiore in Occidente.
Sfumature, forse. A pensar male, si potrebbe vedere nella vicenda un “messaggio” inviato ai giornalisti stranieri, così attivi nelle ultime settimane sui dossier Bo Xilai e Chen Guangcheng. Ma da queste parti le vie delle sanzioni burocratiche sono imperscrutabili, carsiche, e spesso vivono di vita propria. Attendiamo sviluppi.

Secondo il sito Shanghaiist, il documentario che è costato l’espulsione a Melissa Chan sarebbe questo: un reportage sui “Laogai”, i centri di rieducazione, dove i detenuti sono sfruttati come manodopera gratuita

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