home » esteri » asia e pacifico » La Nato dell’Est guarda all’Afghanistan

La Nato dell’Est guarda all’Afghanistan

7 giugno 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino
@Chen_the_Tramp

La Shanghai Cooperation Organization (Sco), già definita “Nato dell’Est”, si riunisce a Pechino in questi giorni. I leader di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, che il britannico Telegraph definisce amabilmente “tiranni” e che costituiscono il nocciolo dell’alleanza, saranno affiancati nel corso dei lavori da quelli di India, Pakistan, Iran e Mongolia (osservatori), Bielorussia e Sri Lanka (“Paesi dialoganti”). Grande novità, anche l’Afghanistan è stato invitato come ospite al summit di quest’anno, dove è probabile che gli venga concesso perfino lo status di osservatore.

Getty Images AsiaPac

La Sco non è uguale e contraria alla Nato, macchina da guerra sempre più flessibile e multiforme. Se lo scopo ultimo, la “stabilità” (e quindi la sicurezza), è comune a entrambe le organizzazioni, nel caso dell’alleanza Euroasiatica l’enfasi maggiore è data agli aspetti economici più che a quelli politici e militari. Niente pronto intervento armato in ogni angolo del pianeta, dunque, ma consolidamento e messa in sicurezza della propria rete interna.
Scontato quindi il no “deciso” a ogni intervento in Siria e a qualsiasi tentativo di deporre Assad dall’esterno, nonché a sanzioni “unilaterali” contro l’Iran. La posizione è emersa fin dall’inizio dei lavori in un comunicato congiunto scaturito da un colloquio tra i due uomini forti del summit: Vladimir Putin e Hu Jintao.

Nel consolidamento dei rapporti economici, la Cina fa la parte del leone e non solo in quanto Paese ospitante. Secondo quanto riporta China Daily, a oggi sono in corso 85 progetti di cooperazione economica tra i sei Paesi cardine dell’organizzazione e si punta a svilupparne sempre di nuovi.
Nei dettagli, “il totale degli investimenti cinesi nei Paesi membri della Sco ammonta oggi a oltre 20 miliardi di dollari. Pechino ha anche promesso di concedere agli altri membri prestiti agevolati da oltre 12 miliardi di dollari per progetti di cooperazione. Gli scambi commerciali tra la Cina e altri Stati sono saliti nel 2011 a 100 miliardi di dollari, nove volte il valore del 2001. I membri della Sco rappresentavano nel 2011 il 13 per cento del commercio mondiale e dell’attività economica”.

In agenda, nei colloqui di questi giorni, ci sono quindi soprattutto tre tipi di “sicurezza”: dei trasporti, energetica, alimentare. Si assegna grande importanza soprattutto al primo aspetto per una ragione ovvia: gli altri due ne discendono.
Il vicepremier cinese Wang Qishan ha esplicitamente parlato di “accelerare la costruzione di infrastrutture nella regione, approfondire la cooperazione energetica e mineraria e ampliare la cooperazione nel settore agricolo, manifatturiero, dell’high-tech e del turismo”. Ed è sceso in campo nientepopodimeno che il presidente Hu Jintao per dire, in un’intervista al Quotidiano del Popolo, che i trasporti saranno una priorità per la Sco: “Stiamo discutendo la conclusione di accordi internazionali sulle rotte stradali e dei trasporti. Così potenzieremo la rete stradale regionale, il trasporto di merci e rafforzeremo l’economia regionale”.
Dietro ai megaprogetti, i soldi cinesi, annunciati dal portavoce del ministero degli Affari Esteri, Liu Weimin, che parla di “un meccanismo di finanziamento regionale” allo studio dei Paesi membri. A fargli eco, il presidente della China Investment Corporation – il fondo sovrano di Pechino – che afferma di “prestare molta attenzione alle opportunità di investimento nella Sco”.

Assicurare il network euroasiatico significa anche fare fronte comune contro la “minaccia terrorista”. La Sco fu fondata nel giugno 2001, pochi mesi prima dell’11 settembre. Quasi subito, divenne uno strumento privilegiato per – parole di China Daily – “combattere terrorismo, separatismo, estremismo, traffico di droga e crimine transfrontaliero” (all’indomani dell’attacco alle torri gemelle, Pechino ottenne da Washington di inserire nella lista nera dei gruppi terroristi internazionali il Movimento Islamico del Turkestan Orientale). Un nuovo programma comune per il periodo 2013-15 sarà firmato in questi giorni e dall’esigenza securitaria – ma anche dall’interesse per nuove opportunità economiche – discende il rinnovato interesse cinese per l’Afghanistan: una “non novità” a cui però molti media occidentali hanno dato ultimamente grande enfasi.

Il pensiero sottinteso lo conosciamo e in questo la Cina è davvero marxista: l’ideologia è sovrastruttura lo sviluppo economico (che viaggia su strade e binari) cura tutti i mali; separatismo, terrorismo e guerra. Ecco dunque che il presidente Hu dichiara esplicitamente che l’organizzazione svolgerà un ruolo maggiore nella “ricostruzione” dell’Afghanistan. Come?
La Cina ha finora investito nel Paese in guerra con la China Metallurgical Corporation, che ha messo 3 miliardi di dollari nella miniera di rame di Aynak, e con la Cnpc, compagnia petrolifera, che lo scorso anno ha vinto i diritti di sfruttamento del primo giacimento del Paese appaltato dopo la caduta dei talebani.

Tuttavia, mancano ancora le infrastrutture per trasportare le materie prime in Cina e gli investitori temono attacchi terroristici. Ecco dunque che ritornano come un tutt’uno i due grandi obiettivi futuri della Sco: messa in sicurezza e sviluppo della rete “interna” alla regione (basta guardare la mappa dell’area per comprendere quanto l’Afghanistan sia “interno”).
Intanto gli altri partner facilitano la exit-strategy degli occidentali. Russia, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan hanno accettato di far passare sui propri territori le attrezzature dell’Isaf, dopo che il Pakistan aveva chiuso le vie di approvvigionamento da sud circa sei mesi fa: prego signori, passino di qui, possibilmente in uscita. Il ritiro vedrà anche la fine delle operazioni militari nella base aerea kirghiza di Manas, da sempre avversate da Cina e Russia in quanto segno di una presenza permanente degli Stati Uniti in Asia Centrale.

Ieri, in un discorso all’università di affari esteri di Pechino, il presidente afgano Hamid Karzai ha detto che avrebbe firmato un memorandum d’intesa con Hu Jintao sulla costruzione di un partenariato strategico tra i due Paesi. È probabile che sarà proprio lui l’osservato speciale di questo summit: quanto ci si può fidare di quest’uomo?

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>