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Il Boss conquista Milano

8 giugno 2012versione stampabile

Antonio Marafioti

foto Kikapress

Ogni concerto di Bruce Springsteen non è mai uguale all’altro. Questa è una regola, una legge, che ogni fan del Boss conosce. A tutti quelli che non la conoscevano ci ha pensato direttamente lui a spiegarla. Lo ha fatto ieri allo stadio di San Siro davanti a un microfono e sessantamila spettatori. Mancava da quattro anni Bruce, l’ultima volta qualcuno gli aveva comunicato di aver sforato sull’orario previsto dalla legge, quasi indifferenti allo spirito di una festa. Perché i live di Springsteen sono davvero una festa, una festa multigenerazionale. Trovi figli con i genitori e i nonni, trovi gruppi di amici che si muovono cantando prima dell’ingresso, durante e dopo. C’è un tutto ordinato dalla passione per il poeta di Freehold, New Jersey. Bruce conosce quest’ordine e lo sconvolge, lo plasma, ci gioca come fosse argilla.
La prima forma è l’entrata, scandita dalle note composte per C’era una volta il West da Ennio Morricone. La tensione emozionale dentro la Scala del calcio è altissima, tutti cercano Bruce, con le orecchie e con lo sguardo, in ogni angolo nascosto del megapalco montato sul lato opposto alla tribuna stampa.
Il primo brano è We take care of your own, apertura gagliarda con il singolo del suo ultimo album. La folla è impazzita, ma mai scomposta, a San Siro sono le emozioni che gridano e Bruce le dirige tutte come un grande direttore d’orchestra.
Sa di essere in un posto che è casa sua, e non solo per le origini campane della madre. Bruce sente le radici e ricorda i terremotati dell’Emilia con una commovente Jack of all trades, anticipata da una delicata My city of ruins. Le ballate del Boss sono accompagnate da un silenzio ovattato, tutti nell’arena invitano alla quiete il vicino, bisogna sentire le note, la voce ancora perfetta e la sua impeccabile interpretazione. È questa una peculiarità che il neofita coglie subito: la comunione fra l’artista e il suo pubblico. Bruce dà, sempre e comunque. Dà arte, energia, voce, sudore e regali preziosissimi. The Promise, una delle più belle ballate di sempre, è una gemma unica che nessuno si aspettava. L’ha suonata seduto a un pianoforte senza altri supporti che la sua voce e quella dei sessantamila di San Siro. Da allora il concerto è diventato un evento che si sarebbe chiuso con un tempo record, 3 ore e 45 minuti. Per gli statistici è stato il secondo show più lungo della sua carriera dopo quello del Nassau Colisseum, 31 dicembre 1980.
Dopo The promise, come se le lacrime versate per la commozione non fossero sufficienti, il Boss riguadagna il palco in solitaria e intona The River, è l’apoteosi prima di un’altra perla, The Rising. Ora il cuore si rafforza, le gambe si muovono per saltare e i cori sono più sincronici che mai. Il Boss prende tutti per mano e li trasporta oltreoceano, nella sua vera casa. The Rising è un inno, di rivincita e non solo. Nel 2008 Barack Obama la scelse come canzone simbolo di quella campagna elettorale che l’avrebbe portato a diventare presidente degli Stati Uniti. Nel 2009 lo stesso Obama gli conferirà il Kennedy Center Honor sostenendo davanti a un gruppo divertito di giornalisti: «Io sono il presidente, ma lui è il boss».
Born in the Usa. Nato negli Stati Uniti. Non lo dimentica mai, Bruce. E non lo fa mai dimenticare con una tripletta che oltre alla sua canzone manifesto, comprende anche Born to run e Cadillac ranch.
È già abbastanza perché ci si possa considerare soddisfatti. L’esame del Boss è un 110 e lode. Ma lui vuole di più e ottiene la cattedra. Canta con grande generosità e un’energia impensabile dopo 3 ore di concerto. Continua. Suda. Ride. Gioca con il pubblico. A una ragazza che gli mostra un cartello Can I dance with Jake?, rivolge prima uno sguardo di sorpresa, poi la afferra di peso, la porta sul palco e la spedisce da Clemons che continua a suonare divertito mentre la sua fan gli balla intorno. Poi le fa un gesto, ora deve scendere. Lei gli corre incontro, gli salta addosso, lo bacia e si fa riportare giù sul prato. Nel frattempo Bruce è già dall’altra parte del palco a stringere mani. Fra queste ci sono quelle di una bambina, lui prende in braccio pure lei e le dà il microfono. Canta Waiting on a sunny day, con una voce celestiale che si contrappone a quella possente e inconfondibile del Boss. Lui cerca con questo intermezzo poco rock di ricordare di avere sessantatré anni, ma i suoi sessantatré anni ricordano che lui è il Boss e si autoaccorciano di almeno quaranta primavere. Si dovrebbe chiudere, ma nessuno lo vuole. Si corica ancora a terra, Little Steven gli versa addosso dell’acqua strizzandola da una spugna. San Siro è ai suoi piedi e ora potrebbe intonare anche la Primavera del Vivaldi. Sarebbe comunque un successo. Lui invece sputa fuori dalla chitarra 10th avenue freeze out, Glory days e una cover che tutti vogliono a quel punto: Twist and shout degli Isley Brothers reso successo planetario dai Beatles. Con l’omaggio a John Lennon e soci, Bruce saluta Milano con una certezza condivisa all’unanimità. Non c’è nulla di non detto. Di non suonato. Di non sentito. Non si poteva fare di più e non si poteva fare di meglio.

3 Responses to Il Boss conquista Milano

  1. raffaella Rispondi

    9 giugno 2012 at 01:28

    Le note d’inizio sono quelle di C’era una volta il west di Ennio Morricone.
    E il boss mancava da san siro da quattro anni.
    Bel concerto, non c’è dubbio, ma quanti aggettivi sprecati in questo resoconto, quanta esagerazione

    • Silvia milano Rispondi

      10 giugno 2012 at 16:12

      Io invece – a parte i due errori che evidentemente sono stati riconosciuti e corretti- ho trovato il pezzo piuttosto buono e corrispondente con le emozioni che ci ha regalato Bruce a San Siro. HO visto anche l’apertura del tour europeo a Siviglia, ma a Milano è stato unico. Quegli aggettivi non sono sprecati, ma meritati. Grande Boss!

  2. Marco DG Rispondi

    15 giugno 2012 at 14:50

    Esagerato? Dovevate esserci. Io c’ero, e non dimenticherò le emozioni di questa serata per il resto della mia vita. Ho avuto il privilegio di ascoltare dal vivo simboli della musica come Keith Jarrett o Ian Anderson, ma il Boss è unico, e chi ha scritto il pezzo lo ha raccontato nei giusti toni. Era la mia prima volta, e ora so perché tanti girano l’Europa per inseguire i suoi concerti. Grazie, Bruce!

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