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Chi ha ucciso Pio La Torre?

19 giugno 2012versione stampabile

Antonio Marafioti

Una storia senza fine quella sull’omicidio del segretario del Pci siciliano, Pio La Torre. A trent’anni da quel tragico 30 aprile 1982, la procura di Palermo decide di riaprire le indagini sull’assassinio che coinvolse oltre il leader politico, anche il suo autista Rosario Di Salvo.

L’ipotesi che in questi trent’anni si è sempre mantenuta per certa è quella dell’omicidio mafioso. Oggi i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci chiedono che sia fatta luce sulle ultime ore di La Torre. In particolare sul suo incontro con un gruppo di professori universitari siciliani ai quali il segretario avrebbe dovuto consegnare una documentazione per uno studio che ne rivelasse la loro origine e il loro contenuto. Nel 1982 un uomo solo avrebbe anticipato, di circa trent’anni, quello che gli inquirenti scopriranno solo dopo la cattura, avvenuta nel 2006, del boss Bernardo Provenzano: i pizzini. Nessuno di quei professori è riuscito mai a mettere le mani sull’incartamento di La Torre anche se sembrerebbe che almeno uno di questi abbia potuto visionarli nel primo incontro con il politico. Né si fece mai chiarezza sulla borsa che La Torre portava sempre con sé e che, secondo la moglie Giuseppina Zacco, conteneva tutti i documenti più importanti del marito.
Lo scrivono Paolo Mondani e Armando Sorrentino nel loro libro Chi ha ucciso Pio La Torre, Castelvecchi, 285 pp. 16 euro. Il giornalista d’inchiesta e l’avvocato di parte civile del Pci-Pds nel processo La Torre, ricostruiscono gli ultimi giorni in Sicilia del leader comunista e le sue battaglie per il riscatto di una terra fitta di misteri legati alla politica, alla criminalità organizzata e agli ambienti dei servizi deviati.
La Torre aveva i pezzi di un mosaico in mano e il suo impegno per comporlo gli è costato la vita. Fu ucciso quando più se l’aspettava, «adesso tocca a noi» disse a Emanuele Macaluso pochi giorni prima della morte. Mondani e Sorrentino ritornano a quegli anni con assoluta dovizia documentale: ascoltano testimoni, amici e compagni di partito di La Torre. Ricordano quando perfino Di Salvo implorò che venisse trasferito ad altro incarico, perché non riusciva più a dormire la notte e ad avere una vita familiare serena.
Gli intrighi noti al segretario siciliano erano davvero tanti e lui non si risparmiò mai nella ricerca di quella verità che ancor oggi sembra lontana dall’essere appurata: Portella della Ginestra, la stagione degli omicidi politici siciliani, l’installazione dei missili a Comiso, la lotta per la legge Rognoni-La Torre per la confisca dei beni alle cosche e l’introduzione del reato di associazione mafiosa. E ancora Cosa nostra e la Democrazia Cristiana di Vito Ciancimino e Salvo Lima, Gladio in Sicilia, l’Anello di Andreotti, La P2 di Licio Gelli, e l’incrocio fra massoneria e capi mafia. Pio La Torre “diede fastidio” proprio a tutti, si mise al centro di un fuoco incrociato che partiva finanche dai fucili Thompson di fabbricazione statunitense. Furono queste le armi usate per la sua esecuzione e ancora ci si chiede il perché, visto che la mafia aveva a disposizione i ben più potenti e nuovi kalashnikov. Ma quella mafiosa, seppur la più plausibile, non sembrerebbe essere l’unica pista da seguire. Se gli esecutori sono stati rintracciati i mandanti rimangono ancora occulti. Per molti l’attentato a La Torre avrebbe fatto comodo a qualcuno più in alto della cupola di Cosa nostra. È quello che lui chiamava “terrorismo politico mafioso” e che affonda le radici in episodi mai del tutto chiariti, come quello del tentato golpe che Junio Valerio Borghese cercò di organizzare nel dicembre del 1970 con l’aiuto della mafia siciliana.
La Torre ne era venuto a conoscenza? Aveva pezzi del puzzle? Non lo sapremo mai, ma qualcuno ne ebbe paura. Non è un mistero, le carte lo confermano, che il segretario regionale sia stato spiato dal Sisde dal 1951 al 1976 in virtù del sospetto che fosse una spia sovietica.
Colpiscono le parole di Adriana Laudani, compagna di partito e amica di La Torre, che in un’intervista esclusiva rivela diversi particolari illuminanti sulla storia degli ultimi giorni del suo segretario che, ricorda la dirigente, non fu ascoltata da alcun magistrato dell’epoca, a parte il Consigliere Istruttore presso il Tribunale di Palermo, Rocco Chinnici. Lo stesso Chinnici morirà un anno dopo il politico, ucciso dalla ferocia dei corleonesi, mentre era vicino a scoprire cosa accadde veramente a Portella della Ginestra e perché Salvatore Giuliano, l’autore di quella strage, fu ucciso non molto tempo dopo. Il sospetto, dopo molti anni è quello che il bandito Giuliano venne usato letteralmente da alti livelli politici contro l’avanzata dei partiti di sinistra nel’Italia del dopoguerra. I collegamenti fra i boss siciliani e i potentati, non solo criminali, di Oltreoceano sono l’impalcatura di tutta l’azione di La Torre per la Sicilia. Una Sicilia che lo tradì politicamente, ma che lui non dimenticò mai. La stessa Landani ricorda le parole di Enrico Berlinguer davanti alla tomba dell’amico: “Quando Pio mi chiese con determinazione assoluta di tornare nella sua terra io per primo non ne capii le ragioni. Solo oggi ricostruisco tutto: veniva con la determinazione di uno che sa e vuole operare anche a rischio della vita”.
La verità sulla sua morte è lontana: ogni procedimento giudiziario intentato per far chiarezza è, lo ricordano gli autori con diversi esempi, pieno di tinte scure. Come quando fu impedito agli avvocati di parte civile Carlo Federico Grosso e lo stesso Sorrentino di interrogare Salvatore Cucuzza indicato nel 1991 dal pentito Marino Mannoia come facente parte del gruppo di fuoco che uccise La Torre. Allora i pubblici ministeri Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone sostennero che il teste non poteva rispondere alle domande degli avvocati per non compromettere un’altra importante indagine segreta in corso. Stessa ombra aleggia sul nome del pentito Salvatore Cucuzza, che aveva confessato di essere uno degli esecutori dell’omicidio insieme a Pino Greco “Scarpuzzedda”. Venne condannato con rito abbreviato a otto anni di reclusione senza che nessuna delle parti interessate, legali e famigliari di La Torre e Di Salvo, fosse stata informata. Sorrentino, che ha girato tre continenti per interrogare i testi, racconta anche di quando, spaventato per una serie di intimidazioni rivolte a lui e alla sua famiglia, decide, per intercessione di Massimo Brutti, responsabile nazionale della commissione giustizia del Pds, di chiedere al ministro Mancino una scorta. Il rifiuto di Brutti fu categorico.
Il filone politico dell’attività di La Torre è altrettanto ricco di avvenimenti e scontri interni al partito comunista. La ricostruzione fornisce, con le interviste a Francesco Cossiga e Alessandro Natta, uno spaccato unico della storia di quegli anni del Pci: un partito dilaniato dalle spaccature interne, dall’incompiuto distacco di Berlinguer dall’Unione sovietica, dai prestiti miliardari concessi dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e dall’abbandono della Dc del “Preambolo” sempre più vicina ai socialisti di Craxi. In quegli anni matura l’idea che i 112 missili Cruise di Comiso, fatti installare con l’avallo dell’allora governo Cossiga, servisse agli Stati Uniti di Reagan più in funzione di supremazia nel Mediterraneo contro Gheddafi, che contro l’Urss di Breznev. Un conflitto in Europa con la Sicilia scelta come baluardo a difesa dell’alleato occidentale. La Torre si oppose a questo, morì due anni dopo che il Dc-9 dell’Itavia diretto da Bologna a Palermo precipitò misteriosamente nelle acque di Ustica con 81 passeggeri a bordo.

Ciò che rimane alla fine del libro è un’interrogativo: cosa sarebbe stata la storia d’Italia se uomini come Aldo Moro, Piersanti Mattarella e Pio La Torre oltre che Enrico Berlinguer avessero vissuto per intero la loro vita.

 

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