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Cina, c’è aria di crisi

6 luglio 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia
@Chen_the_Tramp

Avrebbero dovuto salvarci, essere la cura contro la crisi. Ma la metastasi ha preso anche loro, i Paesi emergenti. Almeno secondo il Fondo Monetario Internazionale. Lo scenario dell’economia mondiale “sta peggiorando”, ha detto in un convegno a Tokyo il  suo direttore, Cristine Lagarde, e il fenomeno non interessa solo l’Europa, ma anche gli Usa fino “ai mercati emergenti, come Brasile, Cina e India, che stanno rallentando” in modo più o meno marcato.

PETER PARKS/AFP/GettyImages

La Cina in qualche modo ha cercato di farcelo capire ogni volta che l’Europa ha provato a battere cassa. No, dicevano a Pechino, non abbiamo soldi da buttare nel vostro debito pubblico. Passi per gli asset strategici, le industrie d’eccellenza, i porti e le infrastrutture. Lì il gioco vale la candela. Ma anche noi abbiamo i nostri problemi, scordatevi soldi a pioggia.

Ieri, il Dragone ha tagliato i tassi d’interesse per la seconda volta in un mese, proprio in parallelo alle misure analoghe compiute dalla Banca Centrale Europea e dalla Bank of England.
Da oggi, il tasso a un anno di prestito si ridurrà di 31 punti base e il tasso a un anno di deposito scenderà di 25 punti base, ha rivelato la People’s Bank dal suo sito web. Lo sconto sui prestiti che le banche possono offrire è stato esteso dal 20 al 30 per cento dal 20 per cento.

Si allargano i cordoni della borsa, si permette al denaro di circolare, nella tipica mossa che rappresenta una ratifica della crisi o, quanto meno, di un certo malessere. Molti si aspettavano un altro taglio dei tassi d’interesse, ma non così presto. Secondo gli analisti, nella scelta potrebbe avere influito la constatazione, da parte delle autorità di Pechino, che i dati economici di giugno, ancora da pubblicare, non sono positivi. Un’altra interpretazione suggerisce che la Cina abbia voluto allinearsi all’Europa in un tentativo coordinato di risollevare l’economia globale.
La Banca centrale cinese ha specificato che le misure non interesseranno i prestiti immobiliari, che continuano a essere sorvegliati speciali. Si vuole così evitare che cresca la bolla speculativa legata al mattone.

Oltre Muraglia, la tradizionale economia export oriented sta trasformandosi. Usa ed Europa, in fase di austerity da ormai 4 anni,  non comprano più merci made in China come prima, e le piccole imprese che hanno dato vita al modello cinese sono in affanno. È l’occasione per virare la struttura fondamentale dell’economia verso i consumi interni e chi sia stato in Cina almeno una volta avrà sicuramente intuito che dietro al proliferare di Suv e di enoteche c’è probabilmente una nuova ricchezza, non accessibile a tutti ma comunque palpabile.
Tuttavia la transizione non è così facile, anche perché molte risorse di nuova creazione hanno preso la via della speculazione immobiliare piuttosto che degli investimenti produttivi, per ragioni culturali e strutturali.
Così, i dati di questi primi mesi del 2012 sono stati altalenanti, ma più tendenti al ribasso.

Tutte le previsioni stimano la crescita cinese per il 2012 tra il 7 e il 7,5 per cento, sicuramente al di sotto dell’8. Poco, per un Paese che ha registrato nell’ultimo ventennio tassi a doppia cifra e che, tuttavia, deve ancora dare benessere (e quindi lavoro decente) a milioni di persone, mentre si trova per la prima volta nella sua storia a dovere affrontare il problema dell’invecchiamento della popolazione e quindi del welfare (sistemi pensionistico e sanitario diffusi).
Ancora più preoccupanti sono i dati sulla produzione industriale, che ad aprile appariva pressoché ferma. Anche i prezzi al consumo non crescono più, segno che l’economia è sostanzialmente ferma.
Il Dragone non sembra riuscire nella grande opera di riconvertire la propria economia con la velocità necessaria a contrastare la crisi globale che arriva.

È probabile che abbia influito sulla scelta di abbassare nuovamente i tassi anche l’urgenza politica: la Cina cambierà le figure che compongono la propria leadership il prossimo autunno e l’establishment di Pechino non vuole che la transizione avvenga in un clima di crisi manifesta. Di disordine e divisione.
Aumenta la distanza tra chi è ricco e chi è povero. È visibile, è palpabile, in ogni Audi nera dai vetri oscurati che sfreccia incurante dell’umanità attorno e in ogni nuova storia di “principino” che compie qualche smargiassata alla guida di una Ferrari con donnine a bordo. La promessa di un benessere che gradualmente arriverà per tutti, che è anche la scommessa su cui si regge la legittimità del Partito, sembra venire meno proprio mentre si acuiscono i comportamenti immorali di chi alla ricchezza c’è arrivato.

Nelle ultime tre settimane, ci sono state tre grandi rivolte per tre diverse ragioni. Le difficili condizioni dei lavoratori migranti sono sfociate in una sommossa a Shaxi, nel Guangdong. I residenti di Zuotan, sempre nel Guangdong, si sono ribellati contro gli espropri illegali dei locali funzionari corrotti; e i cittadini di Shifang, Sichuan, sono scesi in strada in una protesta ambientale. I conflitti sembrano sempre meno ricomponibili con la vecchia ricetta – repressione e parallela punizione dei funzionari più indifendibili – e i media, tradizionali e “social”, li tengono sempre meno nascosti. Sarà una lunga estate.

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