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Elby, tra i sommersi e i salvati della Libia

24 luglio 2012versione stampabile

Christian Elia

”Questo è un posto bellissimo, lo so. Ma quando guardo il mare, non mi sento a mio agio. Troppi ricordi, sono stato troppo male. Ora sto bene e solo l’idea di perdere, di nuovo, tutto quello che ho costruito qui mi toglie il fiato”.

Tullio M. Puglia/Getty images

Elby, come lo chiamano tutti, è un uomo di 28 anni. Viene dal Ghana, regione dalla regione del Volta, al confine con il Togo. E’ arrivato a Lampedusa, dalla Libia, ad aprile 2011. Il regime di Gheddafi e i ribelli combattevano furiosamente per il potere, Elby è finito in mezzo a un gioco più grande di lui. Non è il solo.

Nel 2011 il Nord Africa è scosso dalla ‘primavera araba, il più grande rivolgimento politico in quella zona di mondo da molti anni a questa parte. Migliaia di persone fuggono dalla guerra, l’Italia è la destinazione più semplice. Diversamente da quanto stabilito per i cittadini tunisini giunti a Lampedusa prima del 5 aprile 2011, per i migranti provenienti dalla Libia (come Elby, che in Libia viveva e lavorava pur non avendone la cittadinanza) il Governo non ha disposto il rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari ai sensi dell’art. 20 del Testo Unico Immigrazione, ma ha indicato la presentazione della domanda di protezione internazionale per poter soggiornare regolarmente sul territorio italiano.

I migranti fuggiti dalla Libia, come Elby, hanno presentato richiesta di asilo, ma l’esito di queste domande è quasi sempre negativo, e il ricorso costa molto. La società civile si è mobilitata per queste persone, chiedendo di riconoscere loro il diritto alla protezione temporanea. Nessuna risposta ed Elby, che vive a Monopoli, in provincia di Bari, a fine anno viene lasciato senza alternative: diventerà un clandestino.

Una politica assurda che vanifica gli sforzi fatti dalla comunità e dallo Stato per sostenere queste persone, che non possono tornare nei paesi di origine per vari motivi e che nessuno in Libia accoglierebbe. Elby guarda il mare, il porto di Monopoli, la splendida città vecchia alle spalle.

Come è arrivato Elby a Monopoli?

”La mia domanda di rifugiato non è stata accolta, perché sono ghanese, un Paese che nelle liste dei paesi in guerra non c’è. Ma le guerre non sono solo quelle delle armi, ce ne sono di ugualmente dolorose”, racconta. ”La mia è una guerra spirituale, personale. Mio padre aveva due mogli e io sono figlio della seconda. Quando sono morti i miei genitori, il resto della famiglia non ha voluto saperne nulla di me. Solo la sorellina più piccola tentava di difendermi, ma i fratelli temevano di dover dividere quel po’ di terra che avevamo con me e mi hanno scacciato. Porto ancora sulla schiena i segni di una coltellata di mio fratello, ma fa più male dentro che fuori”.

La famiglia, luogo della sicurezza per eccellenza, che diventa un incubo. ”Il 15 dicembre 2008 ho detto basta. Non volevo più stare in un posto dove non ero amato. Ho passato il confine con il Togo, ho lavorato in una stazione di servizio, dove sono diventato un bravo meccanico. Ho conosciuto un camionista, che si è offerto di portarmi in Niger, da dove ho proseguito verso la Libia – racconta Elby – Una traversata del deserto pericolosa, dolorosa. E’ stato un incubo, ma alla fine ce l’ho fatta”.

”Arrivato in Libia ho trovato subito lavoro, presso un meccanico, a Zuwarah, vicino al confine con la Tunisia. Ero felice, non mi mancava nulla. Avevo una casa, con dei connazionali, non pensavo a raggiungere l’Italia, come molti altri. I neri, in Libia, non sempre erano trattati bene, ma io non posso lamentarmi di nulla. A me nessuno ha mai fatto del male, mi pagavano, lavoravo bene”, dice Elby. ”Poi è arrivata questa guerra, tutto è precipitato. Io e gli altri ce ne stavamo rintanati in casa, ma a un certo punto dovevamo comprare qualcosa da mangiare, da bere. Io e un amico ci siamo fatti coraggio, siamo usciti di casa. E’ stata la fine. Una macchina con le insegne della polizia ci ha fermati, ma non so se erano veri poliziotti o ribelli. Ci hanno caricato in auto, con la forza, e poco dopo ci siamo trovati in spiaggia, con un barcone pronto a partire già stracolmo sul quale siamo stati fatti salire sotto la minaccia delle armi”.

L’angoscia dell’incertezza, la paura dell’ignoto. ”Non ho potuto dire e fare nulla, non sapevo neanche dove andavamo. Per sei giorni e sei notti, in mare, con le stelle come unica visione. Ho sofferto da morire, il mal di mare, la fame, la sete. Poi, all’orizzonte, un elicottero. Avevamo capito che eravamo in Italia solo perché abbiamo sentito la voce dall’elicottero che avvicinava la barca che, pur parlando male inglese, ripeteva Italy, Italy. Siamo arrivati a Lampedusa, dove sono stato trattato con rispetto. Da Lampedusa siamo stati trasportati a Catania, poi in una comunità di accoglienza a Fasano, dove ho conosciuto delle belle persone, in particolare i volontari del locale gruppo di Emergency, che mi hanno aiutato e ora vivo a Monopoli”.

E adesso? ”Lavoro in una conceria, ma ora non possono rinnovarmi il contratto. Mi do da fare in campagna, ma ho paura di perdere tutto. Spero che tutto vada bene, che l’Italia mi dia una possibilità”, conclude Elby. ”Non saprei dove andare, sarei costretto a diventare clandestino, colpevole di qualcosa che non ho commesso. La mia storia, come quelle di altri, spero servano a far prendere la decisione giusta al governo italiano. Siamo esseri umani, aiutateci a vivere”.

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