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Paese basco, Laura Mintegi: ‘Tempo di soluzioni’

24 luglio 2012versione stampabile

Angelo Miotto
@angelomiotto

Rafa Rivas/getty

Laura Mintegi è la candidata di una coalizione di forze nazionaliste e di sinistra per la presidenza del governo basco. Il suo nome è stato scelto da quattro forze che si sono raggruppate nella sigla Bildu Euskal Herria.L’ho conosciuta lo scorso marzo, prima di una manifestazione femminista. Accademica, scrittrice, militante convinta fin dalla giovinezza, ha uno sguardo molto sereno, una voce morbida, un sorriso che ispira cordialità. La forza della gentilezza, ho pensato dopo un certo tempo passato a conversare. Questa l’intervista che ha concesso a E il mensile on line, mentre si avvicinano elezioni anticipate che potrebbero vedere i baschi al voto già in autunno.

Laura Mintegi, ci racconta come ha accettato questa proposta per la candidatura alla presidenza del governo basco?
La prima reazione è stata quella di accettare con responsabilità e con soddisfazione e speranza. Responsabilità perché rappresento un fronte molto ampio di quattro forze politiche e quindi c’è responsabilità e illusione perché penso che stiamo in un punto di inflessione e credo che la gente di sinistra non debba delegare, ma assumere le proprie responsabilità e io voglio farlo in questo luogo.

Quali sono le difficoltà che si attende?
La prima difficoltà è che dobbiamo uscire da una crisi assolutamente drammatica, che colpisce le persone che non l’hanno generata. Non è un caso che il nostro slogan sia ‘è tempo di soluzioni’, dobbiamo dare soluzioni. La difficoltà è che la democrazia in questo paese ha una qualità molta bassa e vediamo che non siamo ricevuti in un club che credevano privato, in cui i partiti pensavano di essere una realtà a parte . Ci vedono arrivare con delle proposte efficaci e abbiamo l’impressione di essere diventati l’obbiettivo da abbattere, quando potrebbero valutarci come una formazione che porta un aiuto in più.

Ha presentato tutta la squadra di governo, quali i punti principali della sua campagna?
È un tema di onestà dire cosa facciamo, con chi e come. Il nostro programma si basa su due grandi temi: la ricerca della pace, che implica la normalizzazione politica. Questo Paese è stato sconvolto dalle violenze negli ultimi 75 anni dal golpe e dobbiamo cercare di convivere tutti insieme. Non è il principale degli obbiettivi, ma è molto importante. Il secondo tema è la giustizia sociale. Assistiamo in Europa e nel nostro Paese a una oscenità politica quando si chiede ai cittadini che paghino gli abusi degli speculatori. Questo è inammissibile, si sta imponendo la destra più rancida di Europa, con i criteri più conservatori che ci siano. Noi ci opponiamo a questo e non lo permetteremo, questo è un obbiettivo principale.

Che tipo di valutazione fa sul sentimento sociale rispetto a un periodo in cui vediamo un grande attivismo dei familiari delle vittime, dei prigionieri politici. E l’immobilismo di Madrid e Parigi.
Siamo arrivati a un punto eccessivo ed estremo nella violenza quotidiana di questo Paese e ora dobbiamo disattivare tutto quello che impedisce la normalizzazione politica. Il contributo degli esperti internazionali nella conferenza di pace di Aiete deve essere applicato. La fine di Eta, che era un punto della conferenza si è verificato tre giorni dopo la chiusura della stessa (era il 20 ottobre del 2011, ndr), il riconoscimento delle vittime su sponde opposte è in corso e sottolineo che spesso avviene per iniziativa delle vittime stesse che ora si sono riunite nell’associazione Gleencree dando una lezione ai partiti. I prigionieri politici stanno dando passi molto interessanti con la nomina di intermediari a livello interno ed esterno. Dov’è il problema? A livello degli stati, che sembrano in un immobilismo assolutamente sterile. Si dovranno muovere, che piaccia loro o meno. Il tribunale dei diritti di Strasburgo ha disattivato la dottrina Parot e dovranno dare dei passi e io ho fiducia che approfittino della gran corrente di ricerca della pace che c’è nella strada per avanzare verso la normalizzazione.

Come si parla ai giovani in questa campagna elettorale?
Io lo faccio tutti i giorni, sono attorniata da giovani. In tutta la mia vita personale e professionale. Ho grande rispetto dei giovani perché la loro energia la loro speranza per il futuro ci impone di ascoltarli. Per trent’anni ho lavoro con i giovani e ho sempre appreso qualche cosa. Vedo le loro inquietudini e che spesso sono fedeli al proprio istinto e noi abbiamo il compito di indicare delle maniere di agire socialmente. Non devo dire tanto io come fare, ma chiedere e quando domandano, rispondere. Voglio lavorare in squadra con tutto quello che posso chiedere io e che possono darmi loro. Sono loro i destinatari di questa crisi. Sono loro che dovranno vivere con delle ipoteche pesanti sul loro futuro. Sono preoccupata per il futuro che stiamo preparando per loro.

È più importante una visione del mondo o garantire coerenza?
È la stessa cosa, non vedo differenze. Credo che la coerenza sia un elemento fondamentale dell’ideologia e considero che questa coalizione è di sinistra e che la coerenza è uno delle colonne della sinistra, non solo per dare formule politiche o economiche, ma anche per un metodo di lavoro che sia partecipativo, orizzontale, non autoritario. Non serve dare formule di sinistra se poi il metodo di lavoro è l’imposizione o l’autoritarismo.

In cosa ti può aiutare il fatto di aver scritto molti libri, novelle, romanzi?
Non voglio entrare su un livello così personale. Non sono qui perché sono una scrittrice, ma come candidata di un progetto politico. In ogni modo, lo scrittore osserva e cerca di capire il mondo che lo circonda. La mia attitudine è quella di dirigere gruppi eterogenei, forse questo è una qualità utile nell’affrontare problemi e cercare soluzioni.

Che tipo di reazioni ha apprezzato rispetto alla sua candidatura da parte degli altri partiti?
Sfiducia, nervosismo. Questa candidatura rappresenta una maniera nuova di fare politica, un nuovo programma con un linguaggio diretto e chiaro e questo coagula molte persone, perché permette di avere la speranza di fare politica in un’altra maniera. E questo cozza rispetto a formazioni che non hanno proposte, che vivono sempre nelle stesse dinamiche. Capisco che la nostra proposta li renda nervosi.

Una candidata donna: è un dato da sottolineare?
È un segno di normalità: arriverà il giorno in cui anche questo non farà notizia. Le donne sono già presenti nell’ambito della sfera pubblica e non dovrebbe risultare strano avere una donna candidata alla presidenza del governo. Mi sembra più importante agire nella vita pubblica come donna al cento per cento.

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