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Due o tre cose che so di E

26 luglio 2012versione stampabile

Sono di vecchia scuola. I capi con i quali sono cresciuta, se ti azzardavi a usare in un pezzo la prima persona singolare, davano luogo ad un repertorio di male parole, urla e grugniti che ti passava subito la voglia. Lezione che mi sono portata dietro, che ho applicato anche qui (non grugnendo) e che infrango perché questo è un blog – chissà se e dove trasmigrerà – e perché vorrei dire due o tre cose che so di E, il cui ultimo numero è in edicola.
La prima è che E è (stato) un giornale ad alto tasso di cura. Di ogni sua parte. La cura giornalistica è cosa spesso misconosciuta (e spesso non esercitata): elogio del desk allora che ha discusso con gli autori dei servizi, rimesso le mani nei pezzi, si è fatto venire i dubbi, ha verificato, ha fatto e disfatto titoli e sommari, ha controllato virgole e refusi, perché al direttore Mura non piacciono e perché è bello avere in mano un giornale pulito. La cura è cura dei testi, dell’impaginazione, del corredo di immagine cui E ha molto tenuto: e dunque è tempo di lavoro passato in redazione, con le photo editor, a guardare lavori, a esaminare proposte, a farsi venire in mente idee e soluzioni. Cura fa rima con tempo di lavoro e con esperienza: per andare a raccontare, per restituire nel modo migliore possibile il frutto di quella ricerca. Roba che non ci si può permettere di questi tempi, pare.
La seconda cosa che so di E la rubo alla biografia di un collega che ha un nome (e una storia professionale) importante. Si chiama Patrick de Saint Exupéry (parente? Si, parente) e fa il caporedattore a XXI, trimestrale francese di gran formato e gran bella lettura. Il suo ideale? <Du réel, du réel, du réel>. Ecco, anche da queste parti siamo (stati), senza se e senza ma, appassionati della realtà. Ovvio? Mica tanto, i giornali – moltissimo i periodici – sono ormai ad alto tasso di artificio e spesso si vede. Come quando leggi quei romanzi in cui l’architettura ha la meglio sulla storia e ne trai la sensazione dell’azigogolo che appesantisce. Sono d’accordo, ancora, con Mura: questo modo di fare giornalismo – raccontando e non urlando, stando lontani da indignazioni facili, ma cercando di capire e restituire pezzi, piccoli o grandi, del mondo, pagherà. Prima o poi perché la tempesta è grande e il mondo dell’editoria ne è investito in pieno e avrebbe bisogno di sguardi lunghi, di coraggio e di nuove soluzioni che tengano insieme la carta e il web e, per ora, non se ne vede gran traccia e si contano invece le vittime, noi tra queste.
L’ultima delle cose che voglio dire di E si lega alla precedente. I commenti all’annuncio della chiusura del mensile e di questo suo sito confortano: lì fuori, come direbbe un mio amico che non c’è più, c’ è della gente che ha capito, che si è messa in sintonia con il progetto di E, che lo ha sostenuto, che ne ha avvertito la necessità in questi tempi bui. Che ha sentito l’autenticità, senza enfasi, che lo ha contraddistinto. Con tutti i suoi limiti e i difetti, per carità e con il troppo poco tempo che abbiamo avuto per consolidarlo. Però: è come se ogni volta avessimo bisogno di emergenze, di ultime spiagge, di avvisi di catastrofe per capire, per fare uno sforzo in più, per mobilitare un di più di energia e sostegno. E’ arte difficile conservare, tenere caro, avere cura: senza troppo clamore, ma ogni giorno. Anche scegliersi l’informazione, scovare la qualità, navigare con la barra diritta nell’oceano di rumori che accompagnano le nostre giornate, è un gesto politico. Bisogna tenerselo caro, in un paese malato com’è il nostro, ai tempi di una crisi che colpisce duro e che chiede, in risposta, lucidità e tenacia.
E chiudendo: tutte le altre cose che so di E sono in gran parte state già dette su questo sito e sul giornale, non le ripeto. Qualche numero fa abbiamo pubblicato un bel pezzo di Iaia De Ambrogi che raccontava che cosa succede alle persone quando la loro esperienza professionale si chiude, diventa superflua e, mentre questo accade, ci si rende conto di quante cose contiene, cose che sono competenze, relazioni, sì, persino vituperate abitudini. Lo abbiamo titolato semplicemente “La perdita”. Così, senza aggettivi.

4 Responses to Due o tre cose che so di E

  1. Il Peru Rispondi

    26 luglio 2012 at 17:40

    Un’ altra cosa che avete, e questa dovunque andrete ve la portate dietro, nei vostri pezzi c’è la storia , la notizia senza giudizi o opinioni. Questo è il giornalismo che cerchiamo. Le opinioni, ognuno si farà la sua. Il 99 % dei giornali di oggi danno opinioni e non notizie.

  2. ferdinando "drugo" Rispondi

    26 luglio 2012 at 18:51

    cara assunta, io ho letto e acquistato DIARIO (ricordi?) dall’inizio alla fine… compreso il DVD con la collezione completa e anche tutti i documentari e le inchieste…
    ma io mi domando e dico, PERCHE’ TUTTE QUESTE BREVI (O LUNGHE) ESPERIENZE (PERCORSI? CAMMINI ? VIAGGI?) debbono sempre finire in un fosso ovvero magari diventare pubblicazioni che parlano di tutto fuorchè di quello per le quali erano nate ?
    quello che temo ormai è che le edicole siano diventate vetrine che vendono di tutto (è vero!) e la carta stampata che vendono è sempre quella che attira di più…
    seppoi dentro c’è roba interessante o qualche affettato alla gente non gliene può fregare di meno
    un abbraccio da un vecchio “socio” del DIARIO
    (e anche di E ovviamente)
    ferdinando peron, padova

  3. Gabriella Rispondi

    26 luglio 2012 at 23:01

    E anche questo ci mancherà, trovare uno scritto che ti prende subito , ti informa ed empaticamente ti coinvolge. Con lucidità e tenacia elaboriamo “la perdita”

  4. Iaia Deambrogi Rispondi

    16 agosto 2012 at 06:46

    Posso solo dire, dirti e dirvi, grazie. Mi ha telefonato ai primi di agosto uno dei ricercatori intervistati, sta partendo per la Cina, dove qualcuno ha “comprato” la sua molecola. E lui la segue. “È parte della mia vita da 13 anni, devo andare con lei.” Si porta dietro la famiglia. Per lui non tutto è perduto.

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