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E l’ultimo chiude la porta

26 luglio 2012versione stampabile

L’ultimo chiude la porta. Perché questa è una porta che si chiude, non c’è dubbio. E io voglio utilizzare questo spazio semi-personale per dire grazie. Grazie a tutti quelli che con me hanno tenuto la porta aperta per dieci anni. E grazie a chi ci ha permesso di tenerla aperta, anche. Attraverso questa porta sono passate centinaia di migliaia di storie diverse, che arrivavano da ogni parte del mondo e del nostro Paese.
Attraverso questa porta centinaia di migliaia di notizie hanno trovato la libertà e la dignità di esistere, di arrivare fino alla testa e al cuore di centinaia di migliaia di persone, e di diventare conoscenza, cultura.
Attraverso questa porta sono passate svariate decine di giovani donne e uomini che hanno imparato a fare un mestiere meglio che altrove, così ci hanno detto non credo per piaggeria dopo aver sperimentato altri lidi.

Oggi questa porta si chiude. E’ triste, certamente. Ma è soprattutto grave. Perché quando non si riescono più a trovare le risorse per proporre una visione del mondo “altra” rispetto a quella che propongono i media cosiddetti “mainstream”, quando non si riesce più a proporre una cultura diversa da quella oggi egemone, significa che qualche cosa proprio non va.
Oggi il mondo, quello occidentale soprattutto, è in mano a chi ha ribaltato la scala dei valori: chi è furbo vince ed è premiato. Chi guadagna tutto e subito e a qualsiasi mezzo è considerato con grande ammirazione. La bramosia di soldi e di potere non è più considerata un peccato, ma un valore.
Chi è solidale, chi si vuole occupare di quelli che rimangono indietro per censo o anche solo semplicemente per onestà, viene considerato un perdente, un po’ fesso.
Quella che oggi ha vinto è la cultura della guerra, contro cui questo giornale – in tutte le sue forme – si è sempre battuto, sempre andando in direzione ostinata e contraria.
Quella è la cultura contro cui continuerò a battermi ovunque andrò a finire.

C’è ovviemente un senso di disperata sconfitta, di solitudine, nel chiudere la porta. Alleviata però dalle migliaia di messaggi di vicinanza, di solidarietà, di speranza e di sgomento che arrivano in questi giorni. Che da un lato commuovono, e dall’altro fanno aumentare l’incazzatura per una fine incresciosa.
Ma questi messaggi dicono soprattutto altro: non siamo esistiti invano. Abbiamo fatto qualche cosa di importante, di importantissimo. Abbiamo lasciato il segno, abbiamo cambiato il modo di vedere il mondo a tante persone. E questo è possibile farlo solo quando si hanno delle grandi idee e si è anche capaci di lavorare sodo e bene (che non vuol dire perfettamente, altrimenti non staremmo chiudendo) per realizzarle.
Chi con me ha fatto nascere e poi cresciuto questo pezzettino di storia del giornalismo italiano ha saputo lasciare il segno. E se ogni fine è un inizio, come diceva Tiziano Terzani, auguro a tutti noi di ricominciare più forti e più motivati di prima. E a tutti voi di riuscire, finalmente, a cambiare il mondo. Noi per questo siamo esistiti.