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Ue, una tecnocrazia molto politica

18 November 2011versione stampabile

 

Enrico Piovesana

Il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e quello della Commissione europea, José Manuel Barroso, hanno annunciato che nelle prossime settimane presenteranno un piano per rafforzare ulteriormente i poteri di sorveglianza, intervento e sanzione degli organi tecnocratici centrali europei nei confronti degli Stati membri.

unione europea

In sintesi: le leggi ‘finanziarie’ nazionali, prima di essere adottate dai parlamenti statali, dovranno essere esaminate e valutate da Bruxelles, che potrà anche imporre modifiche; gli Stati membri che non rispettano la disciplina economia europea su costo del lavoro e riduzione della spesa pubblica verranno puniti con la sospensione del diritto di voto in Consiglio europeo e con il blocco dell’erogazione di fondi strutturali e altri pagamenti.
Peacereporter chiesto un commento, a titolo personale, a Stefano Squarcina: funzionario europarlamentare della Sinistra Unita Europea.

 

Si profila un’ulteriore cessione di sovranità nazionale all’Unione europea, tanto che sia Van Rompuy che Barroso hanno parlato della necessità di modifiche al Trattato costituzione di Lisbona.
In teoria un simile rafforzamento dei poteri centrali europei dovrebbe passare per una modifica del Trattato democraticamente approvata dai singoli Stati. Ma questo nuovo progetto politico europeo, che sta rapidamente prendendo corpo su impulso dell’asse franco-tedesco, può procedere anche aggirando questo processo, continuando a percorrere la strada delle riforme extra-Trattato riguardanti la governance economica europea. Per le sanzioni punitive è più difficile, infatti penso che non verranno approvate. Ma per l’intervento diretto dell’Ue nelle politiche di bilancio nazionali gli strumenti ci sono già: basta che li rafforzino ulteriormente.

Per esempio?
Il sistema del ‘Semestre europeo’ in vigore dallo scorso gennaio, il patto ‘Euro Plus’ dello scorso marzo e il ‘Six Pack’ di ottobre già prevedono l’intervento centrale dell’Ue nella definizione e nel monitoraggio delle politiche di bilancio degli Stati in sofferenza: gli esempi della Grecia e dell’Italia parlano chiaro. Oggi ci sono le letterine della Bce che dettano ai governi nazionali cosa fare e i controllori europei inviati ad Atene e a Roma per assicurarsi che venga fatto: domani potranno venire introdotti sistemi di governance più strutturati, senza modificare il Trattato di Lisbona.

Queste decisioni, di cui ben pochi hanno sentito parlare, chi le ha prese?
Da alcuni anni le decisioni importanti in ambito Ue vengono prese non a livello comunitario, ma a livello intergovernativo, ovvero dal Consiglio europeo formato dai capi di Stato e di governo, dove ovviamente hanno più peso i governi più forti, quelli falsamente ritenuti più virtuosi. Germania e Francia per essere chiari. Le proposte nascono politicamente a questo livello, la Commissione le elabora e le traduce in provvedimenti che tornano al Consiglio per l’approvazione, previo parere, puramente consultivo, del Parlamento europeo.

E il Parlamento europeo ha approvato tutte queste decisioni?
Le minoranze, tra cui Sinistra Unita Europea, si sono opposte. Ma sia la maggioranza di centro-destra del Partito popolare europeo, in sintonia con i governi di Berlino e Parigi e con le loro politiche neoliberiste di austerità e regressione sociale, sia i Liberal-democratici di cui fa parte l’Italia dei Valori, sia l’Alleanza progressista di cui fa parte il Pd hanno detto sì. Purtroppo il centro-sinistra europeo non è alternativo all’attuale politica economica dell’Ue, che non è affatto tecnica e neutrale, poiché tutta incentrata su tagli di salari e pensioni, smantellamento dei servizi sociali e privatizzazioni. Ma il vero problema è che anche se ci fosse un Europarlamento che bocciasse le misure di Consiglio e Commissione, il so voto contrario non avrebbe alcun peso.

Non sembra molto democratico…
Infatti non lo è. L’Unione europea soffre di un gravissimo deficit democratico. Il Parlamento europeo, unico organo democratico in quanto eletto, ma dotato di poteri a dir poco limitati, sta lì a dare legittimità democratica a istituzioni che non ne hanno. Commissione, Consiglio e Bce sono istituzioni tecnocratiche, espressione di interessi economici privati o di singoli Paesi forti.
La reazione isterica dell’Ue di fronte all’eventualità del referendum greco e il licenziamento dell’ex governo italiano, per quanto indifendibile, dimostrano che siamo di fronte a una situazione di sospensione della democrazia.

Come democratizzare l’Europa?
Innanzitutto conferendo maggiori poteri al Parlamento europeo, in particolare quello di bocciare i provvedimenti di Commissione e Consiglio. Come avviene per i parlamenti nazionali: se non approvano un decreto o un disegno di legge del governo, quelli non entrano in vigore lo stesso.
E’ necessario anche coinvolgere maggiormente gli stessi parlamenti nazionali: quando un capo di Stato o di governo va in Consiglio europeo deve essere investito di un mandato parlamentare, come accaduto in Germania a ottobre, quando il Bundestag ha votato su quello che la Merkel andava a discutere a Bruxelles.
Infine è fondamentale che la Bce diventi una banca centrale a pieno titolo, come la Federal Reserve e la Bank of England, che non si limitano a contrastare l’inflazione come impone lo statuto della banca di Francoforte, ma agiscono anche a sostegno della crescita e dell’occupazione con politiche espansive.