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La guerra è il vero crimine

24 November 2011versione stampabile

Nicola Sessa

“Questa sentenza è frutto di un processo politico”. Così Inge Viett subito dopo la lettura delle motivazioni per la condanna a ottanta giorni di carcere o, alternativamente, 1200 euro di multa. Inge Viett, ex membro della Raf (Rote Armee Faktion), il corrispondente delle Brigate Rosse in Germania, è stata processata e condannata per apologia di reato.

Durante la conferenza pubblica dell’8 gennaio 2011 organizzata dal giornale di sinistra Junge Welt, Viett aveva legittimato le dieci e più operazioni di sabotaggio contro mezzi militari verificatesi tra il 2009 e il 2010: “Se la Germania è in guerra – aveva affermato la combattiva sessantasettenne – allora è legittimo, quale azione dimostrativa contro la guerra, incendiare gli equipaggiamenti militari”. E poi ancora: “I mezzi militari dati alle fiamme in Germania avrebbero potuto portare morte e oppressione nel mondo”.

Per il procuratore Matthias Weidling, quelle di Inge Viett sono parole troppo pericolose, incendiarie e chiede alla corte che sia punita con tre mesi di carcere.

Seduta al fianco del difensore Sven Richwin, Viett – capelli corti e orecchino al lobo sinistro – è apparsa serena e ha dispensato sorrisi e saluti ai suoi amici e simpatizzanti presenti in aula per mostrarle solidarietà. Sul banco degli imputati, l’ex Raf tiene aperto alla pagina tre il quotidiano Junge Welt: Der Krieg ist das Verbrechen, la guerra è (il vero) crimine. Perché quello, in fondo, è stato – tra le righe – in discussione nel processo del 23 novembre: è reato manifestare la propria opinione contro il più grande crimine umano? A quanto pare Inge Viett non ha la stessa libertà di parola garantita agli altri cittadini. In questo ha ragione, quando afferma che la sentenza è politica e per la verità il giudice Hammer non ne ha fatto mistero. Considerato il suo passato (nocciolo duro della Raf), il suo carisma e seguito (il regista Schlöndorff ha costruito il film “Il silenzio dopo lo sparo” sulla sua biografia), le parole di Viett hanno un peso diverso: avendo sostenuto “moralmente” quegli atti criminosi – si legge nella sentenza – l’imputata Viett ha, di fatto, promosso l’emulazione di tali reati creando un senso di insicurezza nella società tedesca.

Fuori al tribunale di Berlino c’è un piccolo gruppo di sostenitori, alcuni dei quali hanno viaggiato diverse ore per esserci: “Bisogna raccontare cosa sta accadendo in Germania”, dice un uomo sulla cinquantina e che vive a un centinaio di chilometri dalla capitale. “Qui è in pericolo la libertà di parola”. L’uomo, che preferisce non dire il proprio nome, racconta di altri due processi: Thies Gleiss, portavoce del partito di sinistra Die Linke nel Nord Reno-Westfalia, sarà alla sbarra per aver definito assassini i soldati tedeschi in Afghanistan (Vale la pena di ricordare che il colonnello Klein, colui che ordinò l’attacco aereo e l’uccisione di oltre cento civili afgani a Kunduz, non è stato ritenuto responsabile di quella strage). Anche il direttore del Junge Welt è stato processato – ma assolto – per aver riportato il discorso di Viett dell’8 gennaio 2011. Il giudice, nell’assolverlo, ha ricordato quanto sia pericoloso mettere in discussione la libertà di stampa.

Il processo Viett può costituire uno spartiacque nella futura gestione degli estremismi: la Germania ha sempre prestato più attenzione al terrorismo rosso che metteva nel mirino gli uomini dell’establishment, meno al terrorismo bruno che invece punta a immigrati e persone di colore. In molti si aspettano, ad esempio, la cancellazione del Rock for Germany festival di Gera, una sagra per neonazisti, dove si inneggia alla caccia e all’uccisione degli immigrati. O quegli inviti sono forse tutelati dalla libertà di espressione?