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Cina, pensiero e ricerca per conquistare il mondo

25 November 2011versione stampabile

Gabriele Battaglia, da Pechino

Come intende esportare la propria cultura all’estero, la Cina? O meglio: come si propone di esercitare il proprio soft power nel mondo?

Un nuovo indizio arriva dalla notizia comparsa sul South China Morning Post, secondo cui il governo ha intenzione di foraggiare copiosamente le università cinesi nell’ambito del programma “Zou Chu Guo Men” (andare all’estero) che finora era principalmente destinato alle imprese.
Le scienze sociali faranno la parte del leone nell’intercettazione dei soldi pubblici che, nelle intenzioni, dovrebbero rafforzare la presenza della ricerca cinese nel contesto internazionale. Secondo Zhang Donggang, uno dei funzionari addetti all’operazione, si punterà tra le altre cose alla traduzione e pubblicazione nel mondo di ricerche accademiche cinesi e alla creazione di think tank di livello internazionale.
In un comunicato della campagna “andare all’estero” si legge che “queste iniziative permetteranno alla Cina di avere più voce in capitolo nei circoli accademici internazionali ed espanderanno notevolmente l’influenza della ricerca accademica cinese all’estero nei prossimi dieci anni.”
Per ora si registra che i finanziamenti governativi alle scienze sociali sono aumentati da 270 milioni di yuan (quasi 32 milioni di euro) nel 2006 a 800 milioni (oltre 94 milioni) nel 2011.

La componente accademica del soft power cinese si aggiunge così all’impulso dato all’industria culturale in senso lato: cinema, televisione, editoria, teatro. Punte di diamante, in questa operazione, sono gli oltre 350 Istituti Confucio creati in 105 Paesi e il rilancio dell’agenzia di stampa ufficiale, Xinhua, avvenuto in occasione del suo ottantesimo compleanno.
Che quello “industriale” sia ancora l’approccio che va per la maggiore lo dimostra anche il dibattito su China Daily che tratta il problema proprio da questo punto di vista: “Cosa affligge l’industria culturale cinese? Come si può farla diventare un settore sano e prospero?”, sono le domande di partenza. I tre esperti chiamati a dare risposte (Jia Xudong, scienziato sociale: Yang Jun, manager cinematografico; Chang Jihong, procuratore di attori) sottolineano tutti la necessità di finanziare le imprese che esportano cultura e di riorganizzarle per aumentarne la competitività. Yang Jun ricorda anche che la Cina sconta un ritardo di creatività (lui parla nello specifico del cinema) e lo risolve sostenendo che gli sceneggiatori (cioè chi produce la “storia”) dovrebbero essere pagati quanto gli attori ed essere incentivati a lavorare in gruppo per scambiarsi idee.

Qui si tocca forse il problema principale, quello che la Cina non sa ancora affrontare efficacemente. Il limite del soft power cinese non sono infatti i soldi, cioè i finanziamenti. Il punto è quella creatività (originalità) che ancora latita e che si alimenta anche e soprattutto con il confronto culturale.
Tornando alla ricerca, uno degli strumenti per aumentarne l’originalità è l’interscambio con le università straniere ma, sebbene sempre più studenti cinesi vadano all’estero, questo presuppone un’apertura che è ancora il tallone d’Achille del Dragone. Le scienze sociali, in particolare, sono materia sensibile e – secondo il professore Qiao Mu, che insegna relazioni internazionali alla Università di Lingue Straniere di Pechino – la Cina continua ad avere qualche problema con gli accademici dalle opinioni “non in linea” su temi caldi come forma di governo, democrazia, giustizia sociale. Dalle pagine del South China Morning Post, Qiao domanda: “Per aggirare gli ostacoli [alla qualità della ricerca], il governo si rivolgerà solo agli accademici ritenuti amici della Cina e che dicono ciò che il governo vuole sentirsi dire?”