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Cina, come ti pensiono il monaco tibetano

27 November 2011versione stampabile

Gabriele Battaglia, da Pechino

Laddove non possono le campagne di rieducazione, può forse l’economia. Che nel Partito comunista cinese alberghi ancora lo spirito del marxismo – innaffiato da una spruzzatina di buon senso pratico contadino – lo dimostra la notizia che la regione autonoma del Tibet istituirà un sistema pensionistico e un’assicurazione sanitaria per i monaci lamaisti a partire dal 2012.

Da quanto riporta Xinhua, si tratta di un sistema contributivo di tipo un po’ particolare: i monaci ne beneficeranno infatti attraverso il proprio monastero, che ha il compito anche di “incoraggiarli” ad aderirvi. Ma “questi sussidi andranno ai monasteri e ai religiosi a cui il governo locale riconoscerà senso della legge e sentimento patriottico” e, giusto per rendere esplicito ciò che si intende, si citano “atti finalizzati a mantenere la stabilità sociale”.

Lo schema pensionistico-assicurativo si connota in realtà come un privilegio per i monaci e, in questo scambio finalizzato al consenso, il Partito-Stato ricorda una Democrazia Cristiana del nuovo millennio e di altre latitudini. Per i religiosi che vi aderiranno non varrà infatti l’hukou, il sistema di residenza obbligatoria che circoscrive diritti e benefici alla provincia dove si è registrati e che, per esempio, impedisce a un lavoratore migrante di mandare i figli a scuola nella città dove si è spostato.
L’esempio arriva dalla stessa Xinhua: “Il monastero Ganden [di Lhasa] ha più di 300 monaci registrati, ma solo i 70 che risiedono a Lhasa sono coperti dai locali programmi di sicurezza sociale”. Gli altri – riferisce Ngawang, un religioso del monastero – “che arrivano dalle altre comunità tibetane della regione autonoma e dalle vicine province del Qinghai e del Sichuan, sono stati finora esclusi dai servizi sociali di Lhasa, accessibili solo ai locali.”
Per aggirare l’hukou, i diritti alla pensione a alla sicurezza sanitaria sono assegnati quindi collettivamente al monastero. A patto, chiaramente, che sia rispettoso della legge e patriottico.

Ma veniamo ai dettagli.
Un monaco potrà versare ogni anno tra i 100 e i 1.200 yuan nel fondo pensione e avere così diritto a un sussidio governativo compreso tra i 30 e gli 85 yuan all’anno. Superati i sessant’anni e dopo aver pagato regolarmente i contributi per almeno 15, avrà 120 yuan al mese di pensione minima, più una percentuale dello 0,7 per cento su quanto versato.
I religiosi già ultrasessantenni al momento dell’adesione al programma, avranno diritto ai 120 yuan mensili senza dover versare nessun contributo.
Quanto all’assicurazione sanitaria, dietro pagamento di 60 yuan all’anno, i monaci avranno diritto a un sussidio di 220 yuan (160 a carico della regione autonoma e rispettivamente 40 e 20 corrisposti dalla città/prefettura e dalla contea). Per i religiosi sopra i 65 anni e le religiose sopra i 60 non è richiesto nessun contributo. Ogni beneficiario potrà avere un rimborso massimo annuale di 50mila yuan per le spese mediche.
L’anno scorso, il Quotidiano del Popolo riportava che in Tibet ci sono circa 46mila monaci lamaisti e che circa 3mila hanno superato i sessant’anni di età.

Secondo i gruppi per i diritti civili, negli ultimi mesi sono almeno dodici i religiosi tibetani – tra uomini e donne – che si sono autoimmolati per protesta, dandosi fuoco. Sette dei tentativi di suicidio sarebbero andati a buon fine. La vicenda ha assunto enfasi quando il Dalai Lama – che la Cina accusa di fomentare il separatismo – ha guidato la preghiera di centinaia di monaci espatriati per commemorare i religiosi suicidi.
Mentre i media cinesi hanno più volte riportato dichiarazioni di esponenti di spicco del lamaismo che condannavano le autoimmolazioni come “immorali”, Pechino ha risposto alle critiche internazionali snocciolando i dati sul progresso economico della regione autonoma e sugli investimenti presenti e futuri: 330,5 miliardi di yuan in 226 progetti da completare entro il 2015. Oltre a finanziare lo sviluppo infrastrutturale dell’altopiano e i sussidi per i poveri, il governo si propone di elevare il reddito pro capite dei tibetani ai livelli del resto del Paese entro il 2020.
Quanto ai religiosi, dopo le rivolte del 2008, erano state introdotte misure per “migliorare la gestione dei templi tibetani”, che prevedevano anche corsi di educazione legale per i monaci.
Ora arrivano le pensioni e l’assistenza sanitaria per buoni cittadini rispettosi della legge.