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Cina, il governo dei microblogger

15 December 2011versione stampabile

Gabriele Battaglia

Più di cinquanta piattaforme per circa duecento milioni di post al giorno. Una moltitudine di caratteri impazziti che sfuggono a qualsiasi pretesa di controllo sistematico. Sono le cifre dei microblog cinesi, quei servizi simil-Twitter attraverso cui si comunicano pensieri, opinioni, segnalazioni e link.

Twitter è vietato in Cina e, tecnicamente, se si digita il suo url dall’interno del Celeste Impero, appare il famigerato “Error 404 – Page not found”. Ma aggirare il Grande Firewall è un gioco da ragazzi, basta connettersi a un virtual private network (VPN) offerto da qualche provider straniero (ce ne sono anche di gratuiti). L‘artista-attivista Ai Weiwei, ora sotto accusa sia per evasione fiscale sia per pornografia, twitta quotidianamente nonostante sia a Caochangdi (periferia di Pechino) e gli sia stato esplicitamente vietato.
Ma la gran parte dei cinesi non lo sa o, semplicemente, non è particolarmente interessato a Twitter. Per loro c’è quindi Weibo, piattaforma di Sina.com che ha oltre 250 milioni di user, più altri agguerritissimi concorrenti, come Tencent, Sohu e NetEase.

Dato che la tigre non può essere abbattuta, che almeno si provi a cavalcarla (come, del resto, da antico proverbio cinese). E così il governo e molte altre agenzie pubbliche hanno deciso di aprire account sulle piattaforme di microblogging per informare sulle proprie attività: una concorrenza istituzionale, ad armi pari, al libero proliferare della rete; o forse solo l’ennesima voce nel continuo brusio dell’informazione contemporanea.

Un rapporto diffuso lunedì dal Quotidiano del Popolo, stima che sul solo Weibo gli account riconducibili ad agenzie governative siano ormai circa 20mila. Tra questi, oltre diecimila dipendono da ministeri e circa novemila da uffici delle provincie.
Secondo il documento, questo iperattivismo istituzionale sui social media ha permesso al governo di rafforzare la propria immagine, far sentire la propria voce e valutare le reazioni dell’opinione pubblica.
Se infatti, come ha detto qualcuno, la democrazia liberale è come un ristorante con un solo piatto nel menu ma con la possibilità di scegliere da quale cameriere essere serviti, il regime confuciano-leninista cinese assomiglia un ristorante dove un solo cuoco, sempre lui, è costretto però a soddisfare gli ordini più strampalati dei clienti.
Pur dubitando che un Paese sia un ristorante – ma nella Cina iperconsumista delle metropoli lo si potrebbe pure sospettare – la sintesi fuor di metafora è che il governo di Pechino rincorre pulsioni che vengono da una società che si fa sempre più complessa e quindi meno governabile. Come si fa del resto a soddisfare il contadino, il nuovo ricco e, appunto, il giovane smanettone che passa ore a postare su Weibo? Ci vuole il giusto grado di duttilità. Stare al passo con i tempi. Percorrere quei luoghi.

Per quanto riguarda il microblogging, la svolta è arrivata dopo il disastroso incidente ferroviario di Wenzhou, a luglio, quando l’informazione in rete smascherò in fretta i primi tentativi ufficiali di ridimensionare il bilancio delle vittime, creando parecchi imbarazzi al governo.
A ottobre i funzionari sono stati incoraggiati a “utilizzare Weibo per servire la società” da Wang Chen, capo dell’ufficio di Stato per l’informazione su internet. Lo stesso Wang ha poi scritto un articolo a novembre in cui faceva appello ai funzionari affinché si dedicassero al microblogging per guidare l’opinione pubblica e favorire una cultura di internet “sana e positiva”.
L’utilizzo diretto delle piattaforme simil-Twitter da parte delle autorità è del tutto complementare a quel tentativo di far tacere i rumors su internet che sembra la nuova urgenza dei dipartimenti addetti all’informazione. Zhu Huaxin, segretario dell’ufficio di monitoraggio dell’opinione pubblica, dice a tal proposito che i microblog bypassano i portavoce del Partito e i media mainstream, interagendo con la gente e inaugurando “un innovativo metodo di management sociale”.

“Il governo era solito alienarsi dalla gente comune e parlare in tono autoritario – sostiene il professor Wang Yukai, dell’accademia cinese di Governance – la gente non ha mai avuto la possibilità di esprimere le proprie opinioni. Ma ora [le autorità] possono seguire le tendenze in atto e interagire con gli utenti internet.”
Sta di fatto che la nuova tendenza al microblogging istituzionale parte proprio da Pechino, la “città dal potere” di imperiale memoria, tradizionalmente poca propensa agli “spazi pubblici”, anche virtuali (a questo proposito va segnalato il capitolo riservato alla capitale cinese nel libro di Daniel A. Bell e Avner de-Shalit, The Spirit of Cities, Princeton University Press). La polizia pechinese ha il proprio account che si chiama Ping’an Beijing (“Pechino sicura”) con ben 2 milioni di followers. Zhao Feng, l’ufficiale addetto al mantenimento del microblog, dice che 10 funzionari rispondono 24 ore su 24 alle domande poste dalla cittadinanza e offrono altre informazioni.
Il 17 novembre, il municipio della capitale è stato il primo a lanciare un microblog, anticipando di 11 giorni Shanghai.

I gabinetti pubblici sono uno specchio delle diverse “Cine” che si sono succedute negli ultimi sessant’anni. Nell’era pre-informatica, nell’atto dell’evacuazione collettiva la gente si scambiava informazioni che non riusciva a comunicarsi altrove. Oggi, negli stessi bagni, non è raro trovare giovani che, in posizione improbabile, digitano freneticamente su Weibo con lo smartphone saldamente in mano (magari fumando pure una sigaretta). Per il governo, si tratta di presidiare anche questo nuovo spazio pubblico virtuale.