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Il tè nel deserto (cineappunti)

19 December 2011versione stampabile

Barbara Sorrentini

 

Poche settimane di programmazione e Almanya, la mia famiglia va in Germania ha fatto il pieno. Il film di Yasemin Samdereli, tedesca di terza generazione con origini turche, dopo il successo in patria ha sbancato anche in Italia. Con un record di incassi di 4.810 euro per ogni singola copia, la commedia sugli stereotipi razziali ha superato film da cassetta come Twilight: Breaking Dawn, Campovolo in 3D con il concerto di Ligabue e Il giorno in più con Fabio Volo e Isabella Ragonese; Almanya è dietro solo a Midnight in Paris di Woody Allen. Dopo i drammatici fatti di Firenze, consola constatare che in Italia sia stata apprezzata la storia di una famigli turca emigrata in Germania negli anni ’60 e che attraverso i racconti tra passato e presente ironizza sulle difficoltà, l’intolleranza, l’emarginazione, l’orgoglio e la vergogna di apparire diversi. Yasemin Samdereli, che ha scritto il film insieme alla sorella Nesrin, ammette di essersi ispirata alla loro storia personale e ai racconti dei nonni, che per primi hanno lasciato la Turchia in cerca di fortuna in Germania.

“L’idea è partita in seguito alla morte di nostro nonno -spiega la regista- quando ci siamo rese conto che con la sua scomparsa e quella dei suoi coetanei se ne stava andando la prima generazione di immigrati. Ci sono tornati alla mente tutti i racconti del nonno sul suo viaggio dalla Turchia alla Germania, quando si trasferì negli anni ’60. E tra questi c’erano anche degli aneddoti molto buffi, malgrado la sua partenza in solitaria lasciando la famiglia in Turchia, che lo raggiunse più avanti. Così abbiamo deciso di raccontare la storia di questa prima generazione, da un punto di vista biografico e più attuale”.

La generazione delle sorelle Samdereli è quella dei nipoti dei primi immigrati, per loro non deve essere stato semplice affrontare quotidianamente pregiudizi e stereotipi che nel film, invece, vengono messi in ridicolo. “Lo stereotipo con cui abbiamo dovuto combattere di più è la figura della giovane donna turca, alla quale viene negata ogni forma di libertà, da parte di padri tiranni. C’è ancora in giro quest’idea di padri dispotici che non permettono alle figlie di entrare in contatto con i ragazzi tedeschi. Ricordo che quando avevo sedici anni uscì un film che si chiamava come me, Yasemin, su una ragazza segregata dal padre e le mie compagne mi chiedevano sempre se a me accadeva lo stesso. E quando io spiegavo che mio padre era aperto e comprensivo, loro non mi credevano. Anzi pensavano che io fossi costretta a rispondere così, per timore di ritorsioni.” Una parte del film è incentrata sulla gravidanza di una ragazza non sposata che teme le reazioni dei genitori e dei parenti. “Quello che abbiamo voluto comunicare con il nostro film -continua la regista- è che i turchi che vivono in Germania, non rappresentano una massa omogenea di persone che pensano e agiscono allo stesso modo e che di fronte ad una gravidanza indesiderata è possibile anche reagire civilmente.”