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Cina, Wukan: contadini, tweets e qualcosa di nuovo

19 December 2011versione stampabile

Gabriele Battaglia

L’abbiamo già scritto: a Wukan c’è qualcosa di nuovo. Oggi correggiamo il tiro, ma non troppo. La novità non sta tanto nella presenza di giornalisti stranieri che raccontano dall’interno, attraverso Twitter, quello che sta accadendo nel villaggio assediato, dove gli abitanti si stanno dando mutuo soccorso e, forse, una forma embrionale di autogoverno.

Pensate: è già qualcosa di enorme. In Cina, i giornalisti stranieri accreditati sono spesso costretti a fare i salti mortali, tant’è che parecchi (la maggior parte?), raffreddati i bollenti spiriti, preferiscono passare agenzie dai propri uffici metropolitani. E Twitter è una piattaforma ufficialmente vietata. Che in un villaggio del Guangdong, circondato dalla polizia, ci siano dei waiguo jizhe(giornalisti stranieri) che postano allegramente, suona quindi piuttosto clamoroso (d’accordo, il modo di aggirare il Grande Firewall è il segreto di Pulcinella, questo però è un altro discorso).

La novità, dicevamo, è tuttavia soprattutto un’altra: sta nell’interazione che si sta manifestando tra gli abitanti di Wukan e i media.

In Cina, il giornalismo non è un lavoro “necessario” alla stessa maniera in cui lo è in Occidente.
Da noi, esiste storicamente una netta separazione tra la figura del politico e quella del letterato, del filosofo, del poeta. La tradizione vuole che l’intellettuale sia la “voce critica”, l’antitesi al potere, colui che garantisce la sua messa in discussione e che anima quel dibattito continuo che è il fondamento della vera democrazia. Certo, abbiamo avuto anche dalle nostre parti (e continuiamo ad avere) intellettuali cortigiani, ma di fatto anche chi lo è si pregia generalmente di mostrarsi invece come “uno che ragiona con la propria testa”. Il giornalista, in quanto lavoratore intellettuale che tratta quella materia particolarmente sensibile che è l’attualità, è perciò “necessario”, perché alimenta di continuo la discussione.

Oltre Muraglia, non è così. Storicamente, l’intellettuale è il funzionario politico: si confonde con il potere, lo incarna, lo rappresenta. Questo status è patrimonio imperiale e chi studia la storia della Cina sa perfettamente che gli esami mandarinali erano puramente letterari, basati sulla conoscenza dei classici antichi. Più che “voce critica”, l’intellettuale confuciano era il potere stesso, ne garantiva la continuità. Fondamentale era quindi la figura dello storico, che legittimava la dinastia a lui contemporanea compilando la storia di quella precedente, in segno di continuità.
Attenzione, non stiamo parlando di “cortigiani” alla nostra maniera, sarebbe banale e ingiusto manifestare disprezzo. Stiamo parlando della Cina stessa, dell’idea di un’unità politico-amministrativa che è anche civiltà.

Questo retaggio, assunse nuova coloritura con Mao Zedong. L’uomo che voleva cancellare il “passato feudale” diede una bella verniciata leninista alla figura dell’intellettuale-funzionario e nei discorsi di Yan’an del 1942 lo definì un lavoratore di tipo particolare, al servizio degli altri lavoratori, quindi dell’avanguardia che li guida e li rappresenta, quindi del Partito. Giornalisti compresi, si intende.

Il principio è stato riaffermato appena due mesi fa dal presidente Hu Jintao, nel suo discorso sullo “sviluppo culturale” in chiusura del comitato centrale.

Per farla breve, il cinese “della strada” non sente in genere la nostra stessa urgenza morale di far sapere al giornalista la propria verità o il proprio parere.
Ora ci sia perdonata questa generalizzazione: da noi, uno ti parla a meno che non corra qualche rischio e talvolta anche se lo corre. Lo fa perché sente un obbligo morale.
In Cina, uno ti parla solo se ci intravede un qualche vantaggio (personale, familiare o collettivo). Il suo obbligo morale gli impone di considerare le conseguenze di ciò che potrebbe dire, la verità non è “bene” di per sé.

“Perché dovrei? Chi mi obbliga?” Così, il piccolo imprenditore in crisi di Wenzhou si rifiuta di incontrare il reporter perché “questo potrebbe danneggiare il mio business”. Ma il funzionario della stessa città ti spiffera tutto sulla crisi in corso anche se è “materiale sensibile”: ha considerato i pro e i contro e sa che se vuole riforme più liberali deve premere sul potere anche attraverso i media.

Qualcosa del genere sta forse accadendo a Wukan, ma con maggiori potenzialità. Qui, dicono le cronache “twittate” dagli stessi giornalisti occidentali, i cittadini si sono chiesti per qualche giorno se, ai fini della lotta, quei tipi attaccati al computer fossero un guaio oppure un’opportunità.
Ultimamente devono avere optato per quest’ultima scelta.

Scrive @TomLasseter (uno dei giornalisti stranieri presenti a Wukan):

“Ogni volta che cammino per strada, qualcuno mi offre cibo e mi chiede se ho bisogno di aiuto. Un abitante si è offerto oggi di venire con noi a piedi fino al limite del villaggio, ci ha detto che era preoccupato perché i poliziotti in borghese avrebbero potuto fare un tentativo per acchiapparmi.
Oltre all’ospitalità, ho colto in questi segni il timore che il governo possa ordinare l’assalto al villaggio qualora i giornalisti stranieri se ne vadano.”

Ora, reporter di tutto il mondo stanno convergendo su Wukan. Se la lotta di quella gente avrà successo, se la notizia si diffonderà, forse più cinesi si renderanno conto dell’importanza di “far sapere”.