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Haiti, un polo industriale per ricominciare

19 December 2011versione stampabile

Alessandro Grandi

Bill Clinto e Sweet Michy MartellyForse ci siamo. Dopo il terrificante sisma del gennaio 2010 che ha distrutto tutto il distruggibile, dopo decenni di politica iniqua e perché no, anche dopo l’epidemia di colera che ha gettato benzina sul fuoco in un Paese che di tutto aveva bisogno tranne che di curarsi ulteriori ferite, una buona notizia. La prima pietra di un gigantesco polo industriale è stata posata. Si tratta del Parque Industrial Caracol e si costruirà nel nord-est del Paese.

Poco importa se alla celebrazione c’era Bill Clinton, inviato speciale dell’Onu. Meno ancora importa che insieme all’ex presidente Usa ci fosse anche il numero uno del Banco Interamericano de Desarrollo (Bid) Luis Alberto Moreno. E figuriamoci quanto potesse interessare alla popolazione la presenza fra pale e mattoni dell’attuale presidente haitiano Martelly.

La cosa davvero importante è che per la prima volta l’amministrazione di Haiti e la cooperazione internazionale, che si è presa carico della sua ricostruzione, abbiano iniziato davvero a lavorare per rilanciare il Paese.

Il nuovo polo industriale secondo le prime stime porterebbe alla creazione di almeno 20mila nuovi posti di lavoro, in un paese dove la disoccupazione tocca livelli stratosferici. A beneficiare invece della sua presenza potrebbe essere una comunità formata da almeno 500mila persone. Un indotto economico di grande rilevanza. Nel nuovo polo è prevista anche la costruzione di negozi per i privati. Inoltre, vi sarà un’ampia diversificazione merceologica nell’area industriale. Di sicuro una delle compagnie che ha investito nella zona è la sudcoreana Sae-A Trading Co. che si occupa di tessile.

L’occasione questa volta è propizia. Grazie a questo progetto infatti si apriranno nuove strade e nuove possibilità commerciali per tutte le città haitiane. La conferma arriverà in questi giorni dove centinaia di imprenditori parteciperanno a un forum con le istituzioni haitiane e quelle della cooperazione internazionale per verificare le possibilità di investire nel Paese. Presenti varie imprese che spaziano dal turismo, settore che potrebbe essere il motore trainante della nuova economia haitiana, fino al tessile e trasporti. Ci saranno imprenditori esperti del settore agricolo, che probabilmente potrebbe vivere una nuova giovinezza. Poi, e non ultime, le aziende che si occupano della costruzione di infrastrutture, di cui Haiti ha molto bisogno.

L’interesse alla situazione economicamente ancora vergine di Haiti ha stuzzicato l’appetito di diverse multinazionali come Air Canada, Marriott (hotel), Digicel e American Apparel.

Forse davvero per la prima volta il piccolo e poverissimo paese caraibico potrà trovare nuova linfa per crescere e svilupparsi.