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La Corea del Nord dopo Kim Jong Il

19 December 2011versione stampabile

Gabriele Battaglia

Un Kim dopo Kim. Dopo la morte di Kim Jong Il, il suo terzogenito Kim Jong Un dovrebbe prendere il suo posto, ma la transizione non appare semplice.
Facciamo un bilancio dei 17 anni di leadership del defunto “caro leader” e ipotizziamo qualche scenario futuro con Rosella Ideo, coreanista ed esperta di Asia orientale.

Chi era Kim Jong Il?
Diventa delfino del padre, Kim Il Sung, con un lungo processo di successione, durato circa quindici anni: un passaggio di consegne preparato facendo piazza pulita di tutti gli ostacoli alla sua scalata al potere. Kim Il Sung muore nel 1994, dopo un “regno” di trentadue anni. Era stato uno dei leader più amati del Novecento: aveva creato lo Stato nordcoreano su basi di eguaglianza, una cosa che in Corea non si era mai vista. Negli ultimi dieci anni della sua vita, c’era stata una diarchia di fatto, in cui padre e figlio lavoravano a stretto contatto.
Quando il potere passa a Kim Jong Il nel 1994, la situazione politica è sostanzialmente stabile, mentre quella economica e sociale è invece molto grave, tant’è che nel 1995 scoppia una carestia che inaugura in un certo senso il nuovo “regno” e che colpisce un Paese di fatto industrializzato e con un alto livello di scolarizzazione.

Nel frattempo c’è anche la prima crisi nucleare, che viene ricomposta ancora dal vecchio Kim e da Jimmy Carter, con accordi informali ma precisi che verranno poi rispettati dalla presidenza Clinton.
Kim Jong Il non riesce però a gestire l’emergenza economica. La sua preoccupazione principale diventa allora quella di consolidare il potere della propria famiglia all’interno, tenendo alta l’allerta internazionale. Questa strategia, che dura anche negli anni delle due amministrazioni Bush, punta paradossalmente a garantirsi proprio l’appoggio degli Stati Uniti, attraverso una pace bilaterale sulla testa di Seul. Con l’arrivo di Obama, il “Caro Leader” capisce che questa strategia non ha funzionato.
All’attivo di Kim Jong Il non c’è molto, se non il successo nel mantenersi al potere e nel conservare intatte le strutture fondamentali dello Stato nordcoreano, progettato dal padre.

In Occidente circolano voci che Kim potrebbe essere morto per cause non naturali. Si parla per esempio di un interesse di alcuni ambienti militari a una sua uscita di scena per forzare la mano verso le riforme. È plausibile?
Non lo ritengo probabile. Era molto malato dai tempi dell’ictus del 2008, che lo aveva fatto sparire dalla circolazione per tre mesi. La sua sorte era segnata. Le voci circolano come in tutti i casi in cui c’è un regime di cui si sa poco o nulla. Di fatto, potrebbe essere tranquillamente morto per un secondo ictus. Va detto che era nell’interesse di tutti che lui vivesse, garantendo una situazione tutto sommato stabile.

Cosa succede adesso?
Le incognite sono molte. Dobbiamo vedere le prossime mosse delle forze armate. L’erede è giovane, il processo di successione è incompleto, perché Kim Jong Un è stato nominato delfino solo un anno fa. È un personaggio di cui si sa poco, perfino l’età anagrafica è controversa: 27 o 28 anni? Si sa solo che ha studiato in Svizzera.
L’anno prossimo, nel 2012, ricorre il centenario della nascita di Kim Il Sung. Sarà un evento importantissimo per cui lo stesso Kim Jong Il stava preparando festeggiamenti imponenti. Vedremo in che condizioni ci arriveremo, per il momento è necessario tenere d’occhio le forze armate e il tutore, il mentore di Kim Jong Un, cioè suo zio Jang Song Taek: è vicepresidente della commissione nazionale di Difesa – il cui presidente era il defunto Kim – quindi figura potentissima. Seguirà le volontà di Kin Jong Il? Agirà in proprio, per il potere personale, o sarà un fedele tutore del giovane senza esperienza? Si aggiunga anche che in un Paese confuciano come la Corea del Nord, ci sono preclusioni verso la leadership incarnata da un giovane. E le forze armate, da parte loro, manifesteranno una fedeltà personale a Jang Song Taek oppure continueranno a essere fedeli alla dinastia del Kim, che negli ultimi anni non ha garantito un livello di sussistenza neppure minimo ai nordcoreani? Ci sarà un “si salvi chi può”? Tutto è possibile.

Una soluzione “alla cinese” è all’orizzonte? Qual è oggi lo stato dei rapporti tra Corea del Nord e Cina?
Negli ultimi anni, la Cina è stata l’unico puntello diplomatico della Corea del Nord, nonché l’unico Paese che l’ha aiutata concretamente attraverso la fornitura di materie prime, soprattutto petrolio. Da questa posizione, Pechino ha sempre cercato di spingere Kim Jong Il in direzione di riforme “alla cinese”: non c’è mai riuscita. Nelle poche visite che Kim ha fatto in Cina, è sempre stato portato a visitare poli industriali, Zone Economiche Speciali, affinché si rendesse conto della necessità di avviare riforme verso la modernizzazione. La Cina ha fatto anche investimenti in Corea: nel 2009, Wen Jiabao ha visitato il Paese per confermare i legami e per spingere il Paese verso riforme strutturali.
I rapporti con la Cina sono molto buoni, perché i cinesi a differenza degli americani sono sempre stati molto vicini ai nordcoreani. Hanno sempre usato un linguaggio diplomatico felpato sia verso il Paese sia verso Kim Jong Il. È una vicinanza “intelligente”, perché ha anche permesso alla Cina di comprendere i reali equilibri di potere all’interno della leadership nordcoreana. Per Pechino, non ne ha mai fatto mistero, c’è anche un chiarissimo interesse nazionale, perché la destabilizzazione della Corea del Nord sarebbe un problema enorme: milioni di profughi passerebbero il confine tra i due Paesi, destabilizzando le regioni nord-orientali della Cina, dove vive tra l’altro una fortissima minoranza coreana. Anche la Corea del Sud ha gli stessi problemi. Quindi sia Pechino sia Seul monitorano con attenzione la situazione nordcoreana.