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Milano, binario 21: parlano i lavoratori

19 December 2011versione stampabile

Antonio Marafioti

L’ufficio dei dipendenti servizio accoglienza treni notturni, pochi metri più in la, dentro la stazione, è in pieno fermento. Si stampano informative, si fanno e si ricevono telefonate per capire come muoversi nei prossimi giorni. Roberto Dell’Osso, 33 anni di Paola, è uno dei portavoce dei lavoratori: «Hanno soppresso tutti i treni notte secondo quella che sostengono essere una strategia commerciale. In realtà è una guerra che si è aperta sulla tratta Milano-Roma, con la Ntv, l’azienda di Montezemolo e Della Valle, che sarà la diretta concorrente delle Ferrovie dello Stato. Per occupare tutte le fasce orarie, e tutti i posti disponibili, si eliminano tutti i servizi Milano-Roma, e viceversa, per “dirottare” i passeggeri dei treni a lunga percorrenza verso la Freccia Rossa. Il problema è che i treni notte rientrano nella categoria del servizio universale e il loro impiego è regolato dal contratto di servizio che lo Stato stipula con Trenitalia. È il governo che deve valutare la loro soppressione. Se le Ferrovie eliminano le corse in maniera unilaterale violano palesemente tale contratto, senza considerare i nostri licenziamenti e la divisione degli utenti, e dell’Italia stessa, in due: chi deve andare da Milano in Sicilia o in Calabria, deve pagare l’Alta Velocità, 91 euro in seconda classe fino a Roma, e poi prendere almeno un altro treno. Il servizio universale è garantito dalla Costituzione, dai contratti di servizio, e dallo Stato con centinaia di milioni di euro. É uno sperpero di denaro pubblico. Così come lo è la dismissione delle vetture pagate con i soldi dei contribuenti per fornire un servizio garantito dalla Costituzione. Moretti, che formalmente è un dipendente dello Stato, si sta comportando come se fosse il dirigente di un’azienda privata, e lo sta facendo in nome di una guerra economica che lede i diritti dei cittadini e dei lavoratori».

Fra le sedie dei lavoratori impegnati in ufficio, girano i figli piccoli di quelli che stanno fuori. Alcune famiglie vivono qui dal giorno dell’occupazione. Le mogli che hanno deciso di restare accanto ai mariti impegnati nella lotta della vita, sono costrette a portarsi dietro i figli e a vivere nell’ufficio di lato al binario 21, come se fosse una seconda casa. I più piccoli stanno in braccio in attesa di dormire, gli altri continuano a sorridere mentre tirano calci a una palla di carta che qualcuno gli ha fatto per distrarli dalle lacrime dei grandi. «I miei, quattro e due anni, sono riuscita a portarli giù al sud dai nonni», racconta Silvia Meoli, moglie di Giuseppe Gison, anche lei licenziata l’11 dicembre. Quando le chiediamo come vive la decisione del marito di rimanere sulla torre, ci risponde: «In due modi diversi. Da lavoratrice sono contenta, dovevano farlo. È l’unica azione che può funzionare. Da moglie sono preoccupata. Sono dieci giorni che Giuseppe è lassù, sono tanti. Mio marito ha sempre sofferto di vertigini e non ha mai tollerato il freddo. Io sono qui in presidio, dormo in ufficio perché mi dicono che stare in tenda con gli altri è troppo pericoloso a causa del freddo. Vado una volta al giorno a casa per farmi una doccia e poi ritorno. È da quasi due settimane che faccio questa vita e probabilmente passeremo anche Natale qui». Uscendo dalla sede si sente un altro treno, l’ennesimo, che fischia ripetutamente per salutare il presidio.