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Soy loco por tì, America

19 December 2011versione stampabile

Soy Loco por tì América è un pasticcio linguistico tipico del “portuñol”, la lingua franca castigliano-portoghese che si parla al confine tra Argentina, Paraguay e Brasile. E’ anche il titolo di una delle più celebri canzoni del cantautore brasiliano Caetano Veloso (http://letras.terra.com.br/caetano-veloso/76612/) nella quale, senza mai nominarlo , rende omaggio a Che Guevara (“El nombre del hombre muerto. Antes que a definitiva noite se espalhe em Latino américa. El nombre del hombre es pueblo…”) caduto da poco in Bolivia. Una canzone meticcia, mulatta, impegnata, immortale. Latinoamericana.

Il sub-continente a Sud del rio Bravo è lo specchio dell’Occidente da 500 anni, cioè da quando fu stravolto e reso “nuovo mondo” dal processo della Conquista. Su quello specchio l’Occidente, di cui il Continente americano è la sponda ovest, ha visto riflesso il peggio e il meglio di sé. Un mondo che si fa amare o odiare, ma mai ignorare, l’America Latina può essere considerata anche un “racconto”, un filo conduttore che collega episodi apparentemente isolati e da chiavi di lettura per capire culture, geografie, sogni, popoli che con più bassi che alti stanno cercando di conquistarsi un posto al mondo. Popoli umiliati ma idealizzati, schiavizzati o massacrati, sfruttati e ribelli che da qualche anno dicono di no con maggiore forza e fortuna che in passato e riescono a guadagnare diritti grazie alla scoperta del ruolo rivoluzionario che può giocare la democrazia quand’è frutto di un processo partecipato di crescita collettiva. L’America Latina del 2012, soprattutto nella sua parte meridionale, è stata la prima zona del pianeta a abbandonare, anzi a ripudiare la logica neoliberista dell’inevitabilità economica, del pensiero unico, della tirannide solitaria del mercato reso deus ex macchina dalla politica. L’America Latina ha “già dato”, pagando un prezzo altissimo al Consenso di Washington e alle ricette del Fmi quando negli anni 80-90 divenne il Continente con la più alta sperequazione tra ricchi e poveri.

I dati rilevati dall’autorevole rapporto 2011 del CEPAL (la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi) certificano che i poveri in America Latina, nonostante la crisi mondiale, hanno raggiunto la soglia più bassa degli ultimi 20 anni, e che nel 2012 il loro numero continuerà a ridursi. Nell’ultimo decennio sono scesi dal 31 al 17% della popolazione totale, mentre la fascia di estrema povertà è precipitata dal 22 al 12%. Si tratta di risultati dovuti in buona misura al positivo ciclo economico delle materie prime e al risveglio del gigante brasiliano. Ma bisogna aggiungere che tutto ciò non si sarebbe mai verificato senza i governi progressisti che, nell’ultimo periodo, hanno governato praticamente tutta la regione

La ricetta della nuova America Latina in questi anni è stata semplice: sostegno convinto alla crescita economica, contenimento della spesa statale parassitaria, investimento sull’educazione, apertura al mondo, alleanze con le altre zone del Sud del pianeta, ripristino o invenzione del welfare, ridistribuzione della ricchezza attraverso la fiscalità. Tutte misure dettate con urgenza dall’implosione del modello neoliberista e dal suo seguito di iniquità sociale, di precarietà, di economia a favore dei poteri forti, di privatizzazioni contro i cittadini.

Oggi l’America Latina, che pure continua ad avere grandi problemi, può fare un primo e sostanzialmente positivo bilancio di un decennio di politiche che hanno saputo tenere in buona salute i dati macroeconomici, introducendo però una dimensione sociale sconosciuta agli economisti di Chicago.

Altra chiave del successo delle politiche progressiste in America Latina negli anni 2000 è stato l’investimento sulla costruzione di una politica estera Sud-Sud e il rinforzamento dei legami regionali. Dopo il Mercosur, l’Unasur e l’Alba, pochi giorni fa è stato fondato il CELAC, figlio della volontà di 24 Paesi della regione che, per la prima volta, hanno creato un organismo panamericano che esclude Stati Uniti e Canada. Il disegno politico è chiaro, mandare in soffitta l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), il club creato dagli Stati Uniti nel 1890 con sede a Washington. Storicamente l’OSA ha legittimato interventi armati e colpi di Stato, facendo sempre e solo gli interessi di Washington, come quando, nel 1962 espulse Cuba, ma non trovò le parole per condannare le dittature militari. Il nuovo Forum dovrebbe invece diventare il garante delle regole democratiche, intervenendo a sostegno dei governi legittimamente eletti qualora siano in pericolo. Ma il CELAC si pone anche l’obiettivo di diventare un forum regionale nel quale discutere su problemi comuni in materia economica: questo ha subito interessato la Cina, che si è congratulata per la nascita del nuovo soggetto politico.

Oggi l’America Latina, dopo la scottatura del neoliberismo, fa l’esatto contrario di quanto consigliano gli esperti del FMI, e il bello è che funziona. Ripensamento del ruolo dello Stato, orecchie sigillate al canto delle sirene degli organismi monetari internazionali, intensificazione dei legami commerciali con Asia e Africa, costruzione di geopolitiche regionali, ridistribuzione del reddito, creazione di un welfare per sottrare all’estrema povertà milioni di persone, investimento nell’educazione e nella salute. Un laboratorio di politiche e di pensiero molto complesso e diversificato spesso ignorato o semplificato dai media ancora contaminati dallo sguardo post-neocoloniale.

Per questo vogliamo raccontare l’America latina di oggi, senza dimenticare la memoria e la storia, ma se è vero che questo continente è stato per secoli “un riflesso” dell’Europa, oggi è arrivato il momento di assumere che forse qualcosa delle vicende che lo hanno interessato, e soprattutto delle risposte che si sono determinate laggiù, possano interessarci da vicino.

6 Responses to Soy loco por tì, America

  1. Paolo Brambilla

    20 December 2011 at 10:19

    Complimenti per il sito e per i blog. Somoza lo seguo da una vita su Radio Popolare e sempre è stato puntuale, acuto e non ideologico nello spiegare una situazione non troppo semplice. Ottima scelta e in bocca al lupo! Paolo B.

  2. Cristina Rocchi

    20 December 2011 at 11:08

    Benvenuto! Posso togliermi un dubbio “storico”? Perchè l’America è “latina”?. Grazie. Cristina

    • Alfredo Somoza

      21 December 2011 at 12:46

      Sulla “latinità” dell’America ci torniamo Cristina. Anticipo soltanto che è dovuta alla Francia e non a spagnoli o portoghesi.

  3. Alberto

    21 December 2011 at 05:44

    Complimenti per l’articolo! Mi permetto solo di aggiungere che tutto quanto descritto nell’articolo non sarebbe stato possibile senza la Revolucion Cubana. Cuba, negli anni bui delle dittature militari latinoamericane, è stata culla, rifugio e incubatrice di tutti i movimenti progressisti che oggi esprimono i governi della regione, dal PT Brasiliano al MVR di Chavez, dai Sandinisti in Nicaragua al FMLN Salvadoreno, da Correa a Morales, etc.

  4. Alfredo Somoza

    21 December 2011 at 12:45

    verissimo Alberto, Cuba è stata terra di rifugio e non solo, anche terra di speranza in tempi bui. Su Cuba molto si è scritto, ma poco sul come ha influenzato la nuova sinistra latinoamericana che ha ben presente sia i traguardi cubani, sia il contesto nel quale sono stati possibile, sia il non più discutibile bisogno/diritto alla democrazia. Pensare a cambiare lo stato delle cose, dopo l’ondata neoliberista, nel contesto attuale e riuscendo a legittimarsi attraverso le urne è un’impresa quasi tanto eroica quanto quella dei barbudos sulla Sierra Maestra. Alfredo

  5. Alberto

    21 December 2011 at 21:29

    Grazie per la risposta Alfredo, e’ un piacere colloquiare con te. Cuba si puo’ criticare quando le critiche sono sincere e animate da buoni propositi. Un companero a Cuba mi ha insegnato che ” existen criticas por la Revolucion y criticas contra la Revolucion” come diceva el Che.
    Quanto al livello di democrazia presente a Cuba, io ritengo che Cuba abbia tutta la democrazia e la liberta’ che le e’ stato permesso conquistare e difendere in 53 anni di aggressioni e bloqueo. Come diceva Sant’Ignazio di Loyola: ” in una fortezza assediata ogni dissidenza e’ tradimento.”