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Il fuoco del Dragone

23 December 2011versione stampabile

Gabriele Battaglia

Cos’hanno in comune Mohamed Bouazizi, Abu-Abdel Monaam Hamedeh e Ali Mehdi Zeu, gli eroi suicidi della “primavera araba”, con il cinese Xue Jinbo, la cui misteriosa morte mentre si trovava nelle mani della polizia, ha scatenato la rivolta della cittadina di Wukan, nella provincia meridionale del Guangdong?

Nulla, risponde Alex Lo in un commento sul South China Morning Post. Secondo lui, la vulgata diffusa dai media occidentali ci dice infatti che le rivolte arabe sono state una lotta per la libertà. E così, guardando alla meravigliosa resistenza spontanea della gente di Wukan, molti hanno annunciato una imminente “primavera cinese”. Ma sbagliano.

“Non c’è nulla di romantico in quanto sta accadendo a Wukan – aggiunge Lo – è solo questione di soldi, come in moltissime proteste in tutto il Paese. I funzionari vogliono la terra degli abitanti per i progetti immobiliari. Molti sarebbero felici di vendere, ma non per il prezzo che viene offerto. La maggior parte dei contadini allestirebbe banchetti per celebrare insieme agli stessi funzionari, se ottenesse un compenso a prezzi di mercato. Ci sono decine di migliaia di queste proteste ogni anno, grandi e piccole, e vengono di solito interpretate come segni di instabilità politica in Cina.
Ma anche in India ci sono proteste e rivolte simili, ogni anno, spesso con più morti, ma pochi commentatori stranieri si danno pena di fare osservazioni analoghe sulla stabilità del governo di New Delhi, perché si suppone che sia democratico.”

Questa osservazione non fa una grinza e ci dice molto sull’impossibilità di leggere la Cina indossando lenti occidentali; sulla difficoltà di leggerla comunque.
A Pechino hanno capito che l’immagine del Paese all’estero è un problema politico.
Ogni superpotenza esporta una merce molto più raffinata dei semplici prodotti tessili, degli investimenti o della forza militare. Esporta immaginario. Per dirla in soldoni, gli Usa ci hanno riempito la pancia con il piano Marshall, il territorio con le basi militari e la testa con Hollywood, il rock n’ roll, le sitcom.

Come può competere Pechino?

Sviluppo culturale” (Wénhuà jiànshè, 文化建设) è la parola d’ordine lanciata a ottobre dal presidente cinese Hu Jintao. Segnatevela, si tratta di promuovere la cultura cinese nel mondo e ne sentiremo parlare per i prossimi dieci, quindici anni.
Il governo punta sulla strategia quantitativa che ha già avuto successo in economia: giganteschi investimenti per conquistare i mercati stranieri.
Gli istituti Confucio nel mondo sono già 350 (a Milano ce ne sono addirittura due), mentre Xinhua (l’agenzia stampa ufficiale) si sta trasformando in un colosso multimediale e multinazionale, così come CCTV, laTv di Stato. Fiumi di di soldi saranno destinati alle megaproduzioni cinematografiche e una discreta fetta della torta spetterà anche alla pubblicazione all’estero di ricerche accademiche made in China.

D’altra parte, non bastano i soldi per conquistare cuori & menti e la Cina sconta due problemi: non gode di buon marketing all’estero (a torto o a ragione) e al tempo stesso sconta un ritardo qualitativo. Insomma, per essere delicati, i kolossal su Confucio o Mao Zedong non esercitano lo stesso appeal di Avatar e Titanic.

E allora? La faccenda si complica quando alla domanda “che cultura pensate di esportare e come pensate di farlo?”, dieci cinesi ti rispondono dieci cose diverse. Dal giovane regista che lamenta il fatto che il governo stia proclamando lo “sviluppo culturale” proprio mentre reprime l’unico festival del cinema indipendente, all’intellettuale confuciano che spiega come il “vero Confucio” sia diverso da quello spacciato dal Partito, fino al famoso architetto che ti dice: “La cultura cinese non esiste, per cui io mi sento libero di progettare quello che voglio”.
La risposta più interessante l’ho però avuta dalla mia amica Xiaojing, una cinese qualsiasi:

“Ma non capisci che sta già succedendo? – ha detto -. Sei tu che porti la cultura cinese nel mondo. Tu e gli stranieri come te: venite qui magari per business, poi tornate a casa ed esportate la Cina”. Secondo lei, non è tanto con la merce culturale (film, libri, news, etc) che Pechino esercita il suo soft power, ma con il nostro (mio e degli altri, sempre più numerosi, che fanno avanti indietro tra il proprio Paese e la Cina) riempirci di polline cinese per poi fecondare le nostre terre. Siamo infetti di Cina: così, il Dragone è oggi nelle teste dell’Occidente. Trenta, venti, dieci anni fa, non era così.

*Il fuoco del Dragone è sia quello che sputa fuori, sia quello che lo brucia dentro. Questo è il nome di un blog che comparirà su E il mensile online