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Lo spirito delle città

27 December 2011versione stampabile

Gabriele Battaglia

Si intitola The Spirit of Cities il libro di Daniel A. Bell & Avner de-Shalit che racconta nove città del mondo attraverso la loro identità: quel tratto distintivo che le rende uniche e simboliche al tempo stesso.
Bell insegna teoria politica all’università Qīnghuá di Pechino, vive da anni in Oriente e ha quindi scritto di Hong Kong (“città del materialismo”) e Singapore (“città-nazione”), oltre che della capitale cinese (“città del potere politico”).

Leggendo “Singapore”, si pensa immediatamente “Cina”: salta subito all’occhio come l’isola-città-Stato al limite sud della penisola malese abbia anticipato per molti versi le sorti recenti del Dragone: stesso boom economico costruito sugli investimenti stranieri, governo analogamente autoritario, simili tendenze diffuse verso l’individualismo più sfrenato e perfino la mentalità shopping-oriented degli abitanti che sembra calzare perfettamente all’ultima generazione di cinesi.

Ho scritto a Daniel ponendogli questa domanda: “Come è possibile che la Cina non diventi come Singapore (ma molto, molto più grande)?”
Mi ha risposto quanto segue: “Penso che tu possa avere in parte ragione, ma d’altra parte lo ‘spirito’ delle città cinesi le distingue una dall’altra, malgrado una certa unità nell’aspetto architettonico. Forse Singapore possiede la stessa predisposizione politica di Pechino e al tempo stesso l’orientamento al consumo individuale, di matrice occidentale, tipico di Shanghai. Ma tra di loro, le due città cinesi sono molto diverse dal punto di vista dei valori prioritari. E città come Hangzhou, Chengdu, e Chongqing si distinguono a modo loro e sono molto diverse da Singapore. Se poi si confrontano i due Paesi, ritengo che storicamente a Singapore manchi la coscienza e l’orgoglio della propria cultura che sono così centrali nell’identità dei cinesi.”

Insomma, secondo Daniel A. Bell, sarà la grandezza e la complessità della Cina a non farla diventare un hub commerciale farcito da un nazionalismo calato dall’alto. E la consapevolezza della propria cultura.
Ne prendiamo atto, ci speriamo, e nel profondo ci crediamo pure.