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Cina, la via dopo Wukan

29 December 2011versione stampabile

Gabriele Battaglia

Un dibattito a distanza e anche un po’ virtuale tra Han Han (il più famoso blogger), Ai Weiwei (il più famoso artista-attivista-perseguitato) e Wen Jiabao (il premier), ci permette di fare il punto su quali sono e saranno i grandi temi sul tavolo  politico cinese da qui all’autunno 2012, quando avverrà il cambio della guardia ai vertici.
La discussione è “virtuale” in quanto il premier non si è certo dato la pena di interagire con gli altri due. Ma la forzatura ci permette di mettere in fila tre diverse posizioni che rappresentano ipotesi politiche ben definite per il futuro.

Partiamo dai fatti: in Cina si agitano i contadini, si agitano gli operai, si agita il ceto medio. Spesso, per motivi diametralmente opposti. Il Partito deve gestire un grado sempre maggiore di complessità e rispondere alle sollecitazioni sociali, altrimenti si sgretola all’interno (anche perché lui stesso rappresenta interessi contrastanti) e la Cina entra nel caos.
A Wukan – il villaggio del Guangdong dove, dopo l’ennesimo esproprio di terre, la gente ha fatto scappare i funzionari locali e resistito all’assedio della polizia durato una settimana – le autorità hanno inaugurato un approccio “soft” che sembra assecondare, invece che reprimere, la mobilitazione dal basso. Wukan sembra un punto di non ritorno. Ma da qui, verso quale direzione andrà la Cina?

Prima ipotesi. Più benessere e più diffuso.
Il premier Wen Jiabao è intervenuto martedì alla conferenza annuale sul lavoro rurale. Ha riconosciuto che “il livello di sviluppo economico del nostro Paese è cresciuto molto e non possiamo più sacrificare i diritti di proprietà dei contadini sulle terre per ridurre i costi dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione. Dobbiamo aumentare di molto la parte di benefici, derivati dall’aumento del valore dei terreni, che va a i contadini. Ed esistono tutte le condizioni per farlo”. In pratica, la popolazione rurale beneficerà di nuovi sussidi. China Daily sintetizza le nuove politiche rurali come segue: difesa dei diritti di proprietà, distribuzione dei redditi, occupazione, sicurezza sociale e servizi pubblici.

Seconda ipotesi. Più aperture nella continuità
Lo “scrittore, corridore automobilistico e idolo” (definizione del New York Times) Han Han ha appena diffuso tre brevi saggi politici attraverso il suo seguitissimo blog: Sulla democrazia, Sulla rivoluzione e Sulla libertà. La pubblicazione ha scatenato il dibattito sul tema “riforme o rivoluzione”.
Nei tre saggi, il ventinovenne opinion leader, prende posizione a favore di cambiamenti graduali e si oppone a una rivoluzione democratica gelsomino-style che abbatta il potere del partito unico. Il governo deve permettere più libertà d’espressione e smetterla con la censura, ma “quando il Partito raggiunge una certa dimensione, diventa lui stesso ‘la gente’ – si legge nel saggio sulla democrazia – quindi il punto non è più di Partito comunista. ‘Partito comunista’ è solo un nome. ‘Sistema’ è solo un nome. Se cambi la gente, cambia tutto”.
E, in conclusione: “La perfetta democrazia non apparirà in Cina. […] La migliore risposta sono le riforme.”

Terza ipotesi. Rottura
Ai Weiwei, dagli arresti domiciliari nella sua casa-studio di Caochangdi, accusa Han Han di avere scritto pezzi che “andrebbero bene per il Global Times” (la versione pop del Quotidiano del popolo, organo ufficiale del Partito comunista). Ai non entra nel merito del dibattito, ma dei pezzi di Han Han dice che “il tono è troppo ortodosso e la sua posizione è troppo vicina a quella delle autorità. La sua scrittura manca di onestà ed è troppo arrendevole, adulatoria. È parziale e degradata, come se [Han Han] si fosse arreso volontariamente”.
Ai, che al momento del rilascio dopo le accuse di evasione fiscale sembrava essere rientrato nell’alveo del potere cinese, è a oggi un elemento di rottura attorno a cui si coagula il dissenso (e le attenzioni dei media occidentali).

Si osservi che le tre ipotesi potrebbero mischiarsi, contaminarsi, alternarsi, secondo costume:  Aristotele non era cinese e da quelle parti la proposizione “A è anche non-A” potrebbe rivelarsi vera.
D’altra parte, la figura di Xi Jinping, che secondo tutte le previsioni dovrebbe essere il futuro leader, non lascia trasparire quasi nulla. È nato a Pechino (“città del potere”), è stato leader del Partito a Shanghai (città del business che guarda a Occidente) e, soprattutto, ha un ottimo curriculum come fustigatore della corruzione, il vero grande problema se si considera la percezione diffusa dei cinesi stessi. Il dibattito è aperto, qualcosa cambierà, ma è presto per dire cosa.