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Società in movimento

30 December 2011versione stampabile

Giuseppe De Marzo,
portavoce A Sud

C’è da augurarselo: che l’anno prossimo porti in dote a tutti noi italiani un sacco di memoria in più. Tanta memoria per tutti e tutte! È proprio vero, quando la si perde si rischia di “errare” a lungo. Sarà per questo che ci affanniamo tanto negli ultimi anni. Non sappiamo dove andare perché non ricordiamo effettivamente chi siamo, quali sono i nostri sogni, le nostre necessità. Un popolo così è facile da abbindolare, confondere, ingannare. Per carità, niente scuse, è tutta farina del nostro sacco e non comprenderne le responsabilità peggiorerebbe la cosa. Basterebbe non dimenticare tutto quello che ci è stato detto e fatto negli ultimi mesi per trovare un punto di vista comune. Ad una lettura condivisa della realtà corrisponde spesso la costruzione di una visione comune e di obiettivi chiari e desiderabili. Da noi è andata diversamente.

Del giallo italiano non siamo riusciti a capirci granché. Conosciamo perfettamente i personaggi, le loro manie, i tratti approfonditi dei loro volti, persino la marca dei loro abiti. Ma non sappiamo bene da dove vengano, per chi lavorino, quali progetti abbiano per il futuro. Per non parlare dell’intera sceneggiatura. Non sappiamo ancora chi ha prodotto la crisi contro cui combattiamo come novelli don Chisciotte, facendo sforzi sovraumani contro i moderni mulini a vento: austerità, pareggio di bilancio, spread. In marcia verso il paese delle meraviglie, il paese chiamato “crescita” dove tutto poi sarò possibile e dolce. Se ci arriveremo, perché non tutti ce la faranno ma è scritto nel regolamento del gioco per renderlo eccitante, finalmente potremo riposare le nostre membra e goderci la prospettiva. Leggendo i principali giornali si ha una rappresentazione distorta, grottesca e drammatica della realtà. Sembra di essere in un luogo senza tempo, dove si teme la verità perché fa fatica, interrompe il sonno. Chi le spara più grosse è sempre avvantaggiato, purchè lo faccia con estrema solennità.

Sognavamo cabaret, ora sogniamo solennità. Pensate alla solennità ed alla drammaticità emergenziale con cui è stato imposto questo nuovo governo. “Non si poteva fare altrimenti”, “non c’era altra soluzione”, “lo spread sarebbe schizzato alle stelle”, “meno male che Monti c’è”. Adesso siamo finalmente solenni ed abbiamo smesso con il cabaret. Ma nonostante questo nulla è cambiato, anzi le cose peggiorano solennemente. Lo spread continua a minacciarci ed il lavoro drammaticamente manca mentre la morte da lavoro no. Abbiamo vinto un referendum per ripubblicizzare l’acqua e riprenderci l’ingiusto profitto che le imprese continuano a farci sopra (il 7percento) ma nonostante siamo armati di Costituzione e sovranità popolare nulla è stato fatto, anzi i poteri forti sberleffano la democrazia tenendo in ostaggio la politica bipartisan completamente immobile davanti al bastone del comando. Abbiamo fatto grandi manifestazioni democratiche per i nostri diritti e la nostra dignità e ci hanno persino detto che il 2011 è stato il nostro anno (Curzio Maltese su Repubblica): l’anno dei movimenti e delle primavere portate dalla passione democratica del popolo. Sarà stato il mio anno ma non me ne sono accorto, perché in questo strano, smemorato e solenne paese da un lato mi battono le mani e dall’altro mi portano via tutto, dal contratto ai diritti, senza nemmeno darmi parola (Repubblica inclusa).

Avevamo detto che “noi la crisi non la paghiamo”. Altro che anno dei movimenti, diciamolo. La crisi la stiamo pagando noi, eccome. Più tasse, meno servizi, minor qualità della vita, aumento della precarietà, meno diritti sul lavoro, più inquinamento e nessun diritto di opporsi ad una megaopera, ecc.. Tutti i servizi basici, che sono il cuore di una proposta alternativa fondata sui beni comuni, sono al centro della gigantesca opera di speculazione finanziaria ordita dal governo della Crisi. Ti dicono che abbiamo un grosso debito, che dobbiamo fare austerità, che il pubblico comunque fa schifo, che il privato abbasserà i prezzi ed il mondo sarà bellissimo. Poi scopri che per risanare il debito ci stiamo vendendo tutto, anche quello per cui i nostri nonni hanno dato la vita e che nemmeno basterà. Ma c’è un tempo attraverso il quale possiamo spezzare l’incantesimo: il futuro. In questo solenne paese la parola futuro non emerge mai, come se fosse stata sottratta al vocabolario. Dobbiamo agitare invece la nostra voglia di futuro per far comprendere a tutti come questo “sistema” sia incompatibile con un destino per noi migliore di così. Dentro questo schema non c’è futuro. Fuori dalla categorie del pensiero determinate dal governo della Crisi si trovano invece le risposte. È questo il nostro terreno comune: l’urgente necessità di cambiare rotta. Ricordarcelo ci restituirebbe la caratura di un Popolo.