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Siberia, provincia di Washington

30 December 2011versione stampabile

Gabriele Battaglia

I separatisti siberiani non vogliono solo staccare un (enorme) pezzo di Russia dalla sovranità di Mosca; vogliono addirittura annetterlo agli Stati Uniti. È questo il succo dell’articolo firmato da Lev Pravin sulla Pravda online il 28 dicembre.
Che si tratti di burla giornalistica o allarme vero, il pezzo ha indotto molti a commentare, sia su sponda russa sia statunitense. Tra chi prende sul serio Pravin (o almeno mostra di farlo), la posizione che va per la maggiore è: questo matrimonio (Usa-Siberia) non s’ha da fare. I russi in genere promettono barricate contro il colonialismo Usa; gli americani non vedono l’utilità di annettersi la Siberia e temono addirittura che questo potrebbe far aumentare le tasse.

Al di là della fantapolitica, che cosa c’è di vero nelle ipotesi sostenute da Lev Pravin?
Prima di tutto, non siamo riusciti a trovare il fantomatico “gruppo comparso su Facebook l’estate scorsa” (parole di Pravin) che sosterrebbe l’annessione della Siberia agli Usa. Nessuna traccia anche del presunto leader, “l’iniziatore dello strano movimento, Vladimir Kiselyov, di 37 anni, residente della città di Mezhdurechensk”.

Zbigniew Brzezinski, l’ex consigliere del presidente Carter citato da Pravin come teorico di “un nuovo Commonwealth da Vancouver a Vladivostok”, in effetti ha espresso quel concetto lo scorso settembre alla sessione plenaria del Global Policy Forum che si è tenuta a Varoslavl, in Russia. Ma va contestualizzato. Prima di tutto, il vecchio analista l’ha fatto al cospetto del presidente russo Dmitriy Medvedev (non certo un sostenitore dell’indipendenza siberiana). Dopo di che, Brzezinski auspica in realtà lo “sforzo collettivo di un gruppo di rispettati privati cittadini soprattutto dell’Unione europea, della Russia, della Turchia, dell’Ucraina e dell’America per identificare un programma flessibile – che punta al 2050 – per l’attuazione graduale, decennio dopo decennio, della formula così spesso citata di una comunità cooperativa da Vancouver a Vladivostok”. Inutile disquisire sulle possibile differenze tra Commonwealth (che rimanda a immaginari post-imperiali) e comunità cooperativa. È nell’intero discorso che la minaccia Usa si stempera o, quanto meno, è rimandata.

Esistono invece i nazionalisti siberiani. Al di là di gruppuscoli folkloristici come l’Alternativa Nazionale Siberiana di Mikhail Kulakov (30 membri) o la Sibirska Volgota di Yaroslav Zolotaryov e Maria Mitrenina, è più interessante che nel censimento 2010 “un significativo numero di residenti a Tyumen, Omsk, Novosibirsk, Kemerovo, Krasnoyarsk, Irkutsk, Barnaul, and Yakutsk si siano dichiarati ‘siberiani’ invece che ‘russi’”. L’ha scritto il giornalista Paul Goble su EurasiaReview nel marzo 2011, riprendendo a sua volta l’articolo Grazhdanin Sibiri comparso sul sito Russkiĭ Reportër (22 febbraio 2011). I dati ufficiali del censimento non sono mai stati resi pubblici da Mosca, ma il fatto che Michael Bohm su Moscow Times abbia esplicitamente chiesto di “togliere la nazionalità dal passaporto” (6 ottobre 2011) fa pensare che in effetti qualcosa di vero ci sia.

In definitiva, l’articolo di Lev Pravin sembra una burla in grande anticipo sia sul Carnevale sia sul 1° aprile. Certo, tenere alto l’allarme e soffiare sul fuoco nazionalista è sempre uno sport alla moda. A Mosca e non solo.

One Response to Siberia, provincia di Washington

  1. Giovanni Vignati

    30 December 2011 at 07:18

    Francamente mi sembra una burla giornalistica, però gli esercizi di fantapolitica spesso si avverano, soprattutto quando si tratta di smembramento dell’ex Urss.
    Che gli americani abbiano mire sulle risorse siberiane non sembra così impossibile, più probabile un’annessione economica (neocolonialismo) che politica. Cina permettendo. Bisogna sperare in un mondo sempre più multipolare, speriamo che la Russia si tenga la Siberia