home » esteri » Mondo arabo, una primavera lunga un anno

Mondo arabo, una primavera lunga un anno

31 December 2011versione stampabile

Christian Elia

Una fiamma che non si è ancora spenta. Un incendio, di proporzioni storiche. Alzi la mano chi avrebbe mai immaginato, un anno fa, di non vedere più saldamente al comando Gheddafi e Mubarak, Ben Alì e Saleh, piuttosto che Assad in grande difficoltà. Le proteste sono cominciate il18 dicembre 2010, il giorno dopo il gesto estremo di protesta del tunisino Mohamed Bouazizi, umile venditore ambulante del paesino di Sidi Bouzid, che si è dato fuoco in seguito a maltrattamenti da parte della polizia. Alla fine è diventato un brand, che raccoglie moti e storie differenti, dinamiche complicate. Un punto della situazione.

Marocco e Sahara Occidentale. Il reame di Mohammed VI è stato scosso, a suo modo, da un cambiamento epocale. Mai prima, infatti, gli islamisti avevano raggiunto il potere. In un Paese dove la corona unisce potere spirituale e temporale, avendo il monarca il titolo di ‘capo dei credenti’. Le manifestazioni per le strade di Rabat e delle altre principali città marocchine si erano fatte insistenti, guidate dal Movimento 20 febbraio, che chiedeva riforme e aperture alla società civile. Il re ha pilotato il malcontento, con le elezioni di novembre, che hanno portato al potere gli islamisti moderati. Una sorta di cambiamento pilotato, che ha tagliato fuori per ora i radicali e i giovani, che però non hanno mai impostato la lotta su un piano di scontro violento. Nessuna nuova, invece, dal Sahara Occidentale occupato nel 1975, dove la repressione regna sovrana e dove i giovani saharawi sono sempre più insofferenti alle promesse mai mantenute dalla comunità internazionale. Il rapimento di Rossella Orrù e degli altri cooperanti è il brutto segnale di un deterioramento delle condizioni di un territorio dimenticato per troppi anni.

Tunisia. Ben Alì e gli elementi più compromessi della sua famiglia non ci sono più. Questa è la buona notizia, che ne comporta – di conseguenza – altre meno belle. Il tappo della dittatura è saltato, liberando energie a lungo represse e spesso contraddittorie. La battaglia, a volte non solo politica tra laici e religiosi. L’Assemblea Costituente, tra mille difficoltà, continua i suoi lavori, mentre non si fermano le proteste contro il governo provvisorio del premier Hamadi Jebal.

Algeria. La memoria della guerra civile, terminata poco più di dieci anni fa, è stata da molti osservatori ritenuta responsabile di una scarsa propensione alla rivolta. Non sono mancati i movimenti di piazza, tesi a chiedere una riforma democratica della vita pubblica, ma si sono limitati ad Algeri e non hanno mai davvero cercato lo scontro con il sistema di potere del quale il presidente Abdelaziz Bouteflika è solo la punta dell’iceberg. La revoca dello stato d’emergenza, che restava in vigore dagli anni del conflitto, non cancella un irrigidimento della società. Sono tornati a farsi sentire gli islamisti radicali, con una serie di iniziative liberticide che vengono tollerate dal governo, che mantiene un atteggiamento ambiguo, quasi a volevo paventare un pericolo che solo un esecutivo forte può arginare.

Libia. Il barbaro linciaggio del colonnello Gheddafi resta la pagina nera che ha chiuso una lotta durata da metà febbraio a metà ottobre. Morte e distruzione, mentre al momento emergono le divisioni e le differenze tra le fazioni che hanno combattuto il regime del rais. I libici hanno affidato il governo di transizione, che dovrebbe restare in carica quattro mesi, al premier Abdelrahim Al Keeb, che ha il compito di pilotare il Paese alle elezioni. Si registra il grande assente della vicenda politica libica: la società civile. Tutto è avvenuto all’interno di equilibri che sono passati sulla testa dei libici, coinvolgendo la Nato e la comunità internazionale, che mentre si parla di elezioni lavora già alacremente alla spartizione dei profitti del petrolio.

Egitto. Mubarak resta sotto processo, anche se la sua condanna o assoluzione non sembra essere la priorità di un Paese che, di nuovo, ha visto i suoi figli in piazza Tahrir. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha mostrato, negli ultimi mesi, il suo volto più duro. Il processo elettorale, lungo e farraginoso, che durerà mesi, ha premiato i Fratelli Musulmani, come tutti prevedevano, e i salafiti in modo superiore alle aspettative. Grazie anche alle divisioni delle formazioni progressiste, che hanno fatto ricorso ancora alla piazza, ma non hanno saputo proporre un progetto unitario in sede elettorale. La sensazione è che il Parlamento sia già disegnato, mentre lo sono meno gli equilibri che porteranno all’elezione del presidente della Repubblica. L’esercito e i Fratelli Musulmani, in questa fase, per interessi differenti, sono lontani dal popolo di piazza Tahrir. Quando ci sarà da assegnare il vero potere, potrebbero non andare più tanto d’accordo, salvo che l’intervento di Usa (e Israele in seconda battuta) e Ue non spingano per una soluzione condivisa.

Israele e Palestina. Il movimento 15 marzo è stato, dopo tanto tempo, un’iniziativa che ha avvicinato politicamente Gaza e la Cisgiordania dopo anni. I giovani chiedevano ai due grandi partiti palestinesi, Hamas e Fatah, di mettere da parte le loro divisioni per affrontare uniti la grande battaglia per la fine dell’occupazione. L’accordo tra i due partiti, alla lunga, sembra giunto, anche se molte sono le cose da chiarire. Israele non muove un passo verso la riunificazione ‘politica’, anzi la vive con disagio e la boicotta. Come hanno fatto gli Usa, tagliando i fondi ai Palestinesi e a tutte le organizzazioni che hanno riconosciuto la Palestina. Nonostante un ricatto rispetto alla richiesta presentata dalla Palestina all’Onu per essere riconosciuta, il fronte interno palestinese sembra tenere.

Giordania. La monarchia hashemita vive una sorta di limbo. Mentre la Siria brucia, la Palestina è sempre pronta a esplodere, Amman ha conosciuto alcune dimostrazioni – il venerdì, ad Amman – che sono andate via via scemando. La sinistra e gli islamisti chiedono delle riforme democratiche al re Abdallah II, ma la struttura particolarmente clanica del Paese sconsiglia salti nel buoi che – per il momento – sembrano frenare i moti di rinnovamento.

Siria. Di tutti i sommovimenti iniziati l’anno scorso, quella siriana – oggi – è la situazione più rovente. Migliaia di morti, almeno 4mila per l’Onu, nella lotta tra il regime e i suoi oppositori. Le teorie sulle pressioni esterne per rovesciare Assad restano nell’ombra, tacciate di complottismo da alcuni, a scapito della lotta libertaria dei siriani, e di evidente manovra da altri, volta a rovesciare l’anello di congiunzione tra gli Hezbollah in Libano e l’Iran. Di sicuro la popolazione civile paga un prezzo alto, mentre l’arrivo degli osservatori della Lega Araba garantisce un momento di tregua. Ma non promette un futuro.

Libano. Beirut sta a guardare. Questo potrebbe sembrare il commento all’assenza della capitale libanese dai moti che hanno cambiato come mai prima il mondo arabo. Da un lato la memoria, dannatamente recente, delle sue ferite: la guerra civile prima, la guerra con Israele poi. Nel mezzo quella che, con ogni probabilità, è stata la madre di tutte le primavere: il movimento nato dopo l’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri nel 2005, che portò una folla oceanica in piazza, che chiedeva e ottenne la cacciata dei siriani. Ecco proprio il destino della Siria sembra legato a doppio filo con quello del Libano, ma per ora i libanesi stano a guardare.

Iraq. Il ritiro delle truppe Usa non ha posto rimedio all’inferno che l’invasione statunitense ha scatenato nel 2003. Le violenze sono diminuite di numero, per il ridimensionamento dei ranghi delle milizie, ma gli attacchi alla pace si concentrano in meno attentati ma sanguinosi. La società civile, piano piano, cerca di emergere nel frastuono delle autobombe e dalle macerie della guerra, ma movimenti che chiedevano una democratizzazione della vita politica e una maggiore trasparenza negli affari (petroliferi) del governo sono stati soffocati dalla repressione poliziesca. Nel silenzio dei liberatori dalla tirannide di Saddam.

Bahrein. La richiesta di riforme alla monarchia, in poco tempo, si è trasformata in un’insurrezione della maggioranza sciita contro la monarchia sunnita, che governa l’emirato con pugno di ferro a vantaggio di pochi. I due elementi non sono dissociabili: più libertà significa riconoscere agli sciiti pari diritti della minoranza sunnita. Qualcosa, almeno a parole, l’emiro ha promesso, ma nessuna forma di pressione è arrivata dall’Ue e dagli Usa, che mai hanno sostenuto per davvero il movimento in piazza a Manama, abbandonato al suo destino.

Kuwait. Le riforme possono attendere. Gruppi di giovani hanno occupato – per poco – Piazza Safat, a Kuwait City, con i cittadini di ogni età, per chiedere cambiamenti nel sistema politico del Paese. Tra le richieste principali dei giovani manifestanti sono state soprattutto modifiche all’infrastruttura politica del paese e lo sradicamento della corruzione. L’opposizione ha fatto fronte comune, ottenendo la sostituzione del premier, ma nulla di più. Anche qui, come altrove, i kuwaitiani sono stati lasciati soli, rispetto all’alleanza con una monarchia amica delle cancellerie occidentali.

Qatar. La vera primavera araba, in Qatar, è legata alla parabola di al-Jazeera. Il reame sembra vivere felice e contento, al riparo da qualsiasi denuncia, visto che il megafono delle libertà arabe non parla del Paese che la ospita. E finanzia. Da paladino della lotta senza quartiere alle ingiustizie dell’Occidente, on Iraq e in Afghanistan, per non parlare della Palestina, a sostenitrice di ogni moto rivoluzionario in giro per il mondo arabo. A volte in modo così zelante, da risentirne in termini di qualità dell’informazione, come dimostrano alcune dimissioni eccellenti all’interno del network.

Emirati Arabi Uniti. Un Paese in tutt’altre faccende affaccendato. La primavera, qui, non è mai arrivata a scardinare una società divisa in tre caste: gli emiratini, ricchi e viziati, gli stranieri che fanno affari, e i disperati che sostengono con il lavoro lavoro e le loro paghe da schiavi lo stile di vita di una minoranza. Le riforme, da anni, le chiedono Amnesty International e Human Rights Watch, ottenendo la liberazione di quei pochi dissidenti, incarcerati nell’indifferenza generale.

Arabia Saudita. Qui la primavera araba non si è vista. Per la censura, per una società che non possiede una cultura del moto di piazza, per una ricchezza diffusa che annacqua le ambizioni riformiste. Le lotte interne son quelle di sempre, rispetto ai diritti delle donne, ma l’altra metà del cielo non ha forza per ribellarsi fino in fondo a uno dei sistemi sociali più oppressivi che si possano immaginare. Questo non significa che non ci sia tensione, ma riguarda la contrapposizione tra la minoranza sciita e la monarchia di Riad. Proteste e manifestazioni, soffocate nel sangue, non interessano però i media occidentali, ammaestrati a vedere nei sauditi alleati chiave nella regione.

Oman. In uno dei paesi più tranquilli al mondo, all’improvviso, si sono levate voci contro l’amatissimo sultano Qaboos. Per la prima volta nella sua storia, il sultanato ha conosciuto scontri e proteste, iniziate e finite in fretta. Perché Qaboos ha saputo, negli anni, concedere benessere e sfruttare le entrate del turismo per condividere un minimo di sviluppo. La democrazia, per ora, può attendere, ma vanno riconosciute alcune piccole riforme che la corona ha comunque concesso.

Yemen. Dopo più di quaranta anni è finito il regime di Abdallah Saleh. L’uomo (forte) che ha riunificato il Paese, ha scelto Dubai per il suo esilio, dopo che la trattativa con gli Usa e l’Arabia Saudita gli ha garantito l’immunità. La sensazione è che Saleh fosse ormai diventato indifendibile, ma che un Paese strategico per gli interessi statunitensi e sauditi non poteva essere abbandonato ai moti di piazza. Sulla carta un governo pro tempore dovrebbe guidare la transizione, ma la società civile che ha partecipato alla ribellione potrebbe non essere protagonista del futuro del Paese.