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Democrazie indebitate

1 January 2012versione stampabile

Margherita Dean

Il documentario greco Debtocracy ha un titolo che non lascia spazio a dubbi circa il contenuto: per i creatori, il debito è sovrano ed è il reale reggente in democrazie, come quella greca, che non riescono più a espletare funzioni altre che quella della soddisfazione delle istanze dei creditori.

ZEUS/ZU©kikapress.com

La tesi centrale di Debtocracy è che la crisi del debito sovrano in Grecia e in tutta la periferia europea non sia solo economica ma politica e democratica. Quali sono i punti deboli del sistema?

La crisi del capitalismo moderno inizia, a mio vedere, negli anni ’70, in quella denominata ‘crisi petrolifera’. Attraverso differimenti e soluzioni temporanee, quella crisi, mai veramente superata, è riesplosa negli Stati Uniti nel 2008. Nata col crollo dei subprime mortgages, l’euro ne ha facilitato la propagazione sulle sponde orientali dell’Atlantico. Quella europea, infatti, è una moneta strutturalmente debole: creata dai circoli più forti del continente, la Germania ne ha fatto uso per cercare di competere con gli Stati Uniti, senza però creare gli strumenti politici che potessero garantirne il buon funzionamento. In tal senso, la crisi è il prezzo che sta pagando la Germania per la sua strategia di iper estensionismo economico; non esito a caratterizzare l’euro come il progetto più fallimentare dopo il 1945. Sia però chiaro che stipendi, pensioni e welfare non hanno nessuna responsabilità per la situazione in cui ci troviamo e trovo inaccettabile che quello che si sapeva fino a ieri sia stato, improvvisamente, dimenticato. Sapevamo che i Paesi della periferia europea avevano uno stato sociale più debole e un tenore di vita inferiore rispetto agli standard dell’Europa centrale e settentrionale. Il caso greco è emblematico: col minor numero di ospedali e con ore di lavoro superiori rispetto agli altri europei, eravamo il popolo con le pensioni più piccole e i contributi più grandi. Ciononostante, ora ci ordinano di sacrificare quel pochissimo che avevamo e, per di più, ci chiedono di fare pubblica ammenda delle nostre ‘buone abitudini’.

Il documentario sostiene che il debito greco sia, in una sua buona parte, detestabile e illegale e come tale non vada restituito, facendo gli esempi analoghi dell’Ecuador e dell’Argentina. Eppure, molti sostengono che analogie siano impossibili: la Grecia, a differenza dell’Ecuador, non ha petrolio e, a differenza dell’Argentina, non produce nulla di esportabile su scala massiccia. Inoltre, la Grecia non possiede una moneta nazionale da svalutare.

Chi ci ha criticato sul punto, ha presentato l’Ecuador come una super potenza e ha riprodotto l’idea che la Grecia sia la piccola fiammiferaia del pianeta. Stando a questa tesi, il Paese non sarebbe che un puntino sul mappamondo, abitato da gente incapace di produrre un chilo di riso senza una guida esterna. Sono semplificazioni molto ingenue e mi spiego. La Grecia, nonostante la crisi, continua a mantenere uno dei Pil pro capite più alti del mondo; dunque produce e può farlo da sola. Quello che, invece, la Grecia non può fare è ripagare il debito. L’anno scorso lo dicevamo solo noi ma ora è la stessa Merkel ad ammetterlo, come dimostrano gli accordi circa la riduzione del debito, presi a luglio e ottobre. Noi diciamo di seguire la prassi del settore privato: le società anonime sono vincolate dai controlli di auditing. Ora, a me non mi importa nulla di quello che guadagna e spende la tale S.p.A. ma quando tagliano la pensione di mio padre e chiudono l’asilo di mia figlia, non vedo perché non ho il diritto di sapere a chi e di quanto sia indebitato lo Stato. Perché non ho il diritto di conoscere le condizioni per le quali ci siamo fatti prestare e dove sono finiti quei soldi? Questa è democrazia elementare. In primavera, pertanto, abbiamo creato una commissione internazionale di controllo sul debito greco, chiedendo al governo che ci permetta di visionare tutti i documenti relativi. Lo ha fatto la Goldman Sachs, perché non noi? Ovviamente, il governo è deciso a serbare i segreti dello Stato e, così, i dati a nostra disposizione vengono, per lo più, da giornali e altre fonti secondarie. Su questa base molto presto pubblicheremo il risultato della nostra ricerca, la quale dimostra che una grandissima parte del debito odierno è odiosa e illegale.

Che cos’è un debito odioso e illegale?

Si tratta, concretamente, della difesa di diritti inalienabili. Non è possibile che noi occidentali si bombardi la Libia in nome o in difesa dei diritti del popolo libico e, al tempo, si accetti che in Grecia chiudano scuole o donne partoriscano per la strada, al fine di pagare la Deutsche Bank. Uno Stato sovrano ha il diritto e il dovere di congelare il debito al fine di proteggere i diritti fondamentali dei cittadini.

Gli sviluppi politici in Grecia dei primi di novembre e la nascita di un governo tecnico guidato da un banchiere sono da inquadrare nel controllo politico di istituzioni internazionali che decidono circa la sorte del Paese? È lecito pensare a una sorta di ”occupazione economica” di uno Stato sovrano?

Quello che è successo in Grecia e in Italia, è il miglior esempio delle imposizioni internazionali sui sistemi politici nazionali. Si tratta del sovvertimento di governi democraticamente eletti e di crude imposizioni. Spettava ai popoli greco e italiano sfiduciare Ghiorgos Papandreou e Silvio Berlusconi, non al duo dell’Apocalisse, Mercozy. È inaudito: la stessa Europa, la garante della democrazia e dell’ordine giuridico di un tempo, ora sovverte governi eletti. Questo al fine di imporre due banchieri, ossia gli stessi cui grava la responsabilità della crisi che stiamo vivendo.

Perché, tutto questo? Per salvaguardare gli interessi dei creditori?

Nei circoli dell’alta finanza nazionale e internazionale è molto in voga la frase: ”la crisi è un’opportunità”. Quello che per i popoli d’Europa ha significato un regresso, è la grande occasione del capitale. La troika fa bene il suo lavoro, quello vero. Non è venuta a ‘salvarci’, come continuano a dirci, ma a tutelare interessi che, ovviamente, sono opposti a quelli dei lavoratori. Ciononostante, e nonostante l’innegabile influenza della Trilaterale o della Goldman Sachs, non credo che quello che sta succedendo sia il frutto di una strategia decisa a tavolino. Si tratta, semplicemente, di una scommessa permanente.

I Medici del mondo parlano, da mesi, di crisi umanitaria nel centro di Atene. Sono situazioni che riportano a un passato che l’Europa pensava definitivamente concluso.

In Grecia stiamo vivendo una catastrofe. Tra il 2009 e il 2013, il Pil nazionale recederà del 20 per cento e questo non era mai successo prima, in tempo di pace. La coesione sociale è distrutta: la disoccupazione andrà ben oltre l’odierno 18 per cento ufficiale, ci sono molte migliaia di bambini che non vanno a scuola, la criminalità è in ascesa costante, in alcuni ospedali mancano, addirittura, i disinfettanti e le garze, mentre i malati di cancro non ricevono più le medicine necessarie. Grazie al Fmi e all’Ue, la Grecia si è trasformata in un Paese del cosiddetto Terzo mondo e questo è il destino di tutta la periferia economica europea.

Esistono alternative alle politiche adottate sinora?

Certo che esistono ma è ovvio che il problema sta nel trovare i politici che le applichino. In Debtocracy sosteniamo che i passi fondamentali da fare siano tre: rifiuto, unilaterale, di pagamento del debito nel suo insieme, istituzione di una commissione di controllo, la quale indicherà gli elementi giuridicamente rilevanti a sostenere il rifiuto di pagamento, fuoriuscita della Grecia dall’euro.

Iannis Varoufakis, economista docente all’università di Atene, ha definito l’eventualità di una nuova dracma come un ”ritorno all’età della pietra”, mentre ha sottolineato che così si creerebbero le condizioni per l’affermazione di un’economia nazionale a due velocità, quella di chi possederà euro in banche estere e quella di chi, invece, dovrà vivere di sole dracme. La genesi di un mercato nero dell’euro non sarebbe tanto lontana.

A me questo pare un alibi. Si denuncia il funzionamento dell’euro ma lo si vuole tenere a tutti i costi. Costi alti, lo vediamo. In tal modo, non è che giustifichiamo la mattanza economica e sociale che comporta l’appartenenza all’eurozona? Non è che ci illudiamo circa la possibilità che la moneta unica possa funzionare in modo giusto? L’euro non è la casa dei popoli ma un meccanismo che genera deficit e debito, dal momento che questi ultimi non sono che il surplus delle economie forti. Per come è impostato, l’euro prosciuga la periferia e convoglia tutta la ricchezza al centro. Se, pertanto, la Grecia azzerasse il suo debito ma continuasse a far parte della zona euro, il debito riprenderebbe a crescere visto che, impossibilitato a svalutare la moneta, il Paese continuerebbe a non poter competere con economie come quella tedesca. Se, invece, mettessimo in atto tutte le tecniche che regolano la circolazione monetaria, impediremmo la nascita del mercato nero.

In questo periodo state lavorando a un nuovo documentario, Catastroika (http://zootool.com/watch/brcfj/), dove presentate le conseguenze delle privatizzazioni attuate negli ultimi decenni in moltissimi Paesi.

Crediamo nel nostro lavoro, lo facciamo per tutti coloro la cui dignità è stata negata dal potere delle banche e questo non è un problema solo greco. Non sono stati tutti d’accordo con le deduzioni di Debtocracy e spero che anche Catastroika sarà al centro di un dibattito acceso. Pensare ad alternative, parlare e scambiarsi idee fa solo bene. Per i finanziamenti, percorriamo la strada già sperimentata: un donatore mi ha scritto di non essere d’accordo su quasi nulla di quello che diciamo ma voleva che i suoi venti euro servissero a mantenere viva e indipendente una voce critica. C’è anche questo, nella Grecia della crisi: un marasma mediatico pericoloso.