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Carcere e società

2 January 2012versione stampabile

Christian Elia

C’è un confine sottile, tra il progetto e la pratica. Come una terra di nessuno, abitata dall’emergenza. Una zona grigia, informe, dove le responsabilità giocano a nascondersi. Il carcere, in Italia, è un’emergenza. Lo dicono tutti, destra e sinistra, istituzioni e società civile. Al punto che viene da domandarsi se qualcuno l’abbia mai voluta davvero affrontare.

Un libro traccia una linea. Il corpo e lo spazio della pena – Architettura, urbanistica e politiche penitenziarie, a cura di Stefano Anastasia, Franco Corleone e Luca Zevi, Ediesse editore, è davvero uno strumento importante per provare a orientarsi nella nebbia dell’emergenza carcere.

Perché accende delle luci, come potenti riflettori, su alcune contraddizioni del nostro sistema. Con una serie di saggi, che spaziano da quello di Adriano Sofri che invita a riflettere sul corpo del detenuto, fino all’architettura penitenziaria, trattata fino a oggi come un mero fatto numerico, di posti letto da ricavare, mai come una filosofia posta alla base dello stato di diritto.

La nostra Costituzione, scritta da tanti che la galera fascista la portavano ancora impressa sulla pelle, è chiara: la pena ha un senso se recupera. La pena, quando diventa vendetta, punizione fine a se stessa, trascendendo nella violazione dei diritti cancella ogni confine tra il giudicato e il giudicante. Come se chi condanna non riuscisse più a vedere la differenza con il condannato.

Ecco allora proposte, idee, temi. Dalla carcerazione preventiva alle pene alternative, dalle idee innovative di edilizia carceraria al rispetto dei diritti dei detenuti come forma di civiltà, da quello all’affettività a quello alla salute. Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni, diceva Dostoevskji. Parlando di tutti noi.