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Il mais Ogm nuoce alla salute, ma l’Europa lo approva

2 January 2012versione stampabile

Stella Spinelli

Il mais Ogm della Monsanto, venduto anche in Europa, fa male alla salute. Parola dell’International Journal of Biological Sciences, che ha analizzato il prodotto geneticamente modificato dimostrando che a lungo andare provoca il collasso degli organi in tutti i mammiferi che lo assumono con costanza. E questo è dimostrato dallo studio sui topi.

Le varietà di mais pericolose sono tre la Mon 863, la Mon 810 e la Nk 603, tutte presenti in cibo e foraggi di tutto il mondo. Le prime due sono state ideate per resistere a due differenti tossine usate come insetticida,  e la Nk 603 è stata modificata per essere tollerante all’erbicida ad ampio raggio Roundup®, tanto che ne contengono quale residuo. E tutte sono state approvate da Stati Uniti, Europa e altre autorità per la sicurezza alimentare.

Il 22 dicembre scorso, infatti, la Commissione Europea ha dato la propria autorizzazione all’importazione in Europa e anche alla trasformazione in Europa delle tre varietà di mais Ogm, destinate sia all’alimentazione umana cha animale. A queste si aggiunge il via libera al cotone geneticamente modificato. Quattro sì accordati nonostante gli stati membri dell’Unione Europea abbiano espresso la propria contrarietà e senza tenere conto del parere sfavorevole espresso da numerosi cittadini comunitari, come testimoniato da rilevazioni ufficiali effettuate tramite i sondaggi d’opinione da parte di Eurobarometro.

A convincere, ancora una volta, i dati statistici della Monsanto, che ha condotto le sue verifiche sulle reazioni dei mammiferi dopo novanta giorni dall’ingerimento dei prodotti, nonostante i problemi cronici raramente si manifestino in tre mesi. Le conclusioni della multinazionale, dunque, sono state univoche e senza controcanto: il mais è perfetto e sicuro. E il visto d’approvazione è arrivato immediato e prematuro, visto che non sono stati presi in considerazione analisi e studi indipendenti. Che pure sono ormai noti

La ricerca dell’Ijbs parla chiaro: “Gli effetti si concentrano perlopiù su fegato e reni, i due principali organi adibiti alla disintossicazione alimentare, ma nel dettaglio le conseguenza variano in base al tipo di Ogm. Inoltre si possono riscontrare danni al cuore, alle ghiandole surrenali, alla milza e alla circolazione. Sebbene normalmente esistano differenze fra uomo e donna nel metabolismo di fegato e reni, i disturbi più frequenti del funzionamento di questi organi provocati da questi prodotti Monsanto e visti in topi maschi e femmine non possono in entrambi i casi essere congedati come biologicamente irrilevanti. Dunque noi concludiamo dicendo che i nostri dati ci suggeriscono fermamente che questi Ogm inducono a uno stato di tossicità epatica. Queste sostanze non sono mai state prima parte integrale della dieta umana o animale, e dunque le conseguenze su coloro che le consumano a lungo sono ancora sconosciute”.

Una dichiarazione alla quale Monsanto aveva immediatamente risposto, dicendo che si trattava di una ricerca “basata su un metodo analitico e su un ragionamento sbagliati e che non si deve mettere in dubbio la sicurezza di questi prodotti”.

L’autore dello studio per l’Ijbs, Gilles-Eric Séralini, aveva quindi ribattuto alla potente multinazionale dal blog, Food Freedom in poche righe: “Il nostro studio contraddice le conclusioni della Monsanto perché la Monsanto sistematicamente trascura i significativi effetti sulla salute dei mammiferi. Questo è un serissimo errore, drammatico per la salute pubblica. Questa è la più grande conclusione a cui siamo arrivati con il nostro lavoro, l’unica contro-analisi accurata ai crudi dati statistici di Monsanto”. Che hanno avuto la meglio anche negli Stati Uniti. Nonostante nell’ultimo periodo Monsanto abbia faticato a celare i propri punti deboli, è di pochissimi giorni fa la notizia dell’approvazione da parte del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti di una varietà di mais Ogm resistente alla siccità (MON 87460). Ciò sarebbe avvenuto nonostante il fatto che la varietà di mais in questione non abbia garantito i risultati promessi – come riportato dal New York Times – e nonostante non sia stato effettuato nessun test per verificarne l’innocuità sulla salute.