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Italia, imprenditori: la piaga dei suicidi

4 January 2012versione stampabile

La crisi economica miete vittime, tante. Nella notte fra il 31 dicembre e il 1 gennaio scorso, a Catania, un imprenditore locale molto noto, il 47enne Roberto Manganaro, si è tolto la vita impiccandosi e dopo aver ingerito una massiccia dose di barbiturici.

No, questa volta pizzo, minacce, mafia non c’entrano. Manganaro si è tolto la vita perché nei mesi passati era stato costretto a licenziare alcuni suoi dipendenti perché non ce la faceva più a mandare avanti l’attività, una delle più note e importanti concessionarie di moto dell’isola, che aveva messo in piedi con il fratello.

I suoi dipendenti, quelli che nel corso degli anni l’avevano aiutato a far diventare grande la sua attività, per Manganaro erano come dei familiari. Troppo duro sopportare di dover licenziare una o più persone. Manganaro non c’è la fatta a reggere l’urto e si è tolto la vita.

Storie di vita e fatturato si potrebbe dire. Oppure storie di vita che oggi sempre più si legano al fatturato sono all’odine del giorno e il suicidio dell’imprenditore siciliano, uno degli ultimi in ordine di tempo, sembra essere proprio legato a questi fattori.

Un imprenditore di Pesaro, l’ultimo che le cronache ci hanno raccontato, a causa delle difficili condizioni economiche e lavorative in cui versava la sua impresa, che si è ritrovata senza commesse, ha tentato di togliersi la vita il 4 gennaio, collegando il tubo di scappamento di uno dei furgoni della sua ditta all’abitacolo. L’hanno salvato i carabinieri, avvisati dalla telefonata di un cittadino. Se non fosse stato per l’intervento dei militari a Pesaro sarebbe andata in scena l’ennesima storia triste che la crisi economica e finanziaria ci ha, purtroppo, abituato ad ascoltare.

Cosa succede alla classe imprenditoriale italiana? Ne abbiamo parlato con Luca Peotta, imprenditore cuneese coordinatore di “Imprese che resistono”.

“Come Associazione Imprenditori che Resistono sono almeno due anni e mezzo che denunciamo la grave situazione che ci sta colpendo, legata principalmente alla crisi che tutti, ormai, abbiamo avuto modo di conoscere”, dice Peotta,

“Credo che se un paio di anni fa fossero state prese dalla politica delle misure d’emergenza, forse oggi non saremmo qui a discutere di imprenditori che si sono tolti la vita. Noi l’avevamo detto: guardiamo bene quelle che potranno essere le conseguenze della crisi. Oggi a due anni e mezzo di distanza, purtroppo, vediamo questi risultati negativi. Risultati che non sono venuti per caso, ma dalla gestione sbagliata del governo precedente a quello di Mario Monti che è stato un governo dormiente. E la cosa che fa paura è che anche questo nuovo esecutivo non si sta preoccupando di ciò che accade”.

I numeri sono impressionanti e nel corso degli anni della crisi sono passati anche un po’ sottotraccia. “Dai dati che abbiamo possiamo dire che dal 2009 sono almeno 2.800 gli imprenditori italiani che hanno deciso di compiere il gesto estremo di togliersi la vita. In ogni caso io ho sempre detto una cosa: non è la crisi che uccide, ma il sistema. E’ appunto il sistema, vecchio, sbagliato, che fa acqua da tutte le parti e che causa anche molti morti. C’è una grande differenza fra chi, come i piccoli e medi imprenditori, vive l’azienda insieme ai propri dipendenti per dieci ore al giorno e chi, ad esempio i grandi amministratori delegati di aziende multinazionali, che non hanno un contatto diretto con i dipendenti e quindi non recepiscono nell’immediato ciò che sta accadendo a causa della crisi”.

Nel caso delle piccole e medie aziende, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi il rapporto fra il datore di lavoro e i propri dipendenti va al di là del mero rapporto professionale. Questo fattore è di fondamentale importanza quando un imprenditore si trova in difficoltà e sente urgente il bisogno di informare chi l’ha aiutato nella creazione dell’impresa.

“Pensiamo a un imprenditore che sa di avere grandi problemi e che dopo una notte, passata sicuramente insonne, deve dire ai propri dipendenti ‘da domani siete in cassa integrazione’. Sono cose devastanti. Sono momenti difficili. Dire certe cose ai propri collaboratori e come prendersi una coltellata. La preoccupazione per la sorte dell’azienda, dei suoi lavoratori crea momenti di disagio. Puoi sopportare per un anno. Uno e mezzo. Diciamo che chi è forte caratterialmente può sopportare la crisi per due anni, poi quando diventa consuetudine ti crea un buco nell’anima che è troppo pesante. Questo crea ulteriori crisi: con la famiglia e con tutto quello che ti circonda. Il pensiero resta fisso. Ti ci addormenti la sera e ti ci svegli la mattina. Questo malessere inizia piano piano a lavorarti all’interno finché in un attimo di debolezza rischi di toglierti la vita”.