home » blog » La peste urbana, la crisi globale, la scienza censurata

La peste urbana, la crisi globale, la scienza censurata

10 January 2012versione stampabile

radiazioni fossili, di Bruno Giorgini

 

 

La peste urbana. Alcune centinaia di anni fa in un intrico di crisi e guerre le grandi pesti devastarono l’intera Europa. Leggiamo il racconto dello storico Sergio Anselmi.

“Al tempo delle grandi selve seguite alla peste, le città adriatiche della sponda italica s’erano strettamente ridotte entro le mura, lasciando alle macchie, alle busche e agli sterpi ogni terra comitale. Le vigne e i campi da grano scomparvero, ville e casali annegarono nel mare di alberi e delle erbacce salite fino ai tetti delle case o nate nelle crepe delle cortine. Anche le strade e i conventi si persero “ in vasta nemorum magnitudine” (…). La peste arrivata da lungi – dall’oriente, si disse – accompagnandosi alla carestia, portò via in poco più di dodici mesi un terzo degli uomini che vivevano tra le steppe di Rus’ e l’ultima Tule, tra le sabbie di Libia e le pur semivuote contrade boreali. In Adriatico andò peggio ( l’adriatico era un sistema integrato, globale, di comunicazione, scambi, commerci, ndr). Da Venezia a Zara, da Ancona a Ragusa e a Bari, ove la morte nera comparve, dileguò, rivenne, ora più ora meno maligna per quasi un secolo, fu gran piagnisteo. Molti furono falciati nei comuni e nei castelli, che troppo avevano presunto dalle proprie muraglie e torri poste a protezione di case e casupole l’una sull’altra addossate – uomini e animali insieme – nel lordume di vicoli, colatoi e stabbi. La gran crescita d’animato cominciata due secoli prima – quando parve ad alcuni (ma certe idee vanno veloci di testa in testa) che il mondo rifiorisse dopo la folle paura dell’eterna notte – aveva spinto gli uomini a correre ovunque fossero le città, perché queste, bisognose di gente, ospitavano facilmente chi avesse un mestiere e membra robuste per praticarlo. E allora fu un nervoso e fitto disboscare per far terre da grano, vigne, pomari e verzieri, il che provvedeva anche i legnami adatti a far case, carri, attrezzi, ponti, arginate e barche. Così altra folla arrivava dal mare, da oltre foresta, dal monte, avendo lasciato abituri selvaggi ove pure fino ad allora aveva potuto campare la vita pareggiando quotidiani proventi e consumi. Sulle prime il pane bastò e, cullandosi nel concetto che sempre sarebbe bastato, resedentes e advenientes figliarono senza ritegno, immaginando finita la lunga contesa tra bocche che mangiano subito e braccia che tardano a fornirle di cibo. Più crescevano gli uomini, più s’allargavano i contadi, dove nascevano casolari e coltivi, contendendo ogni balza al lupo e alla volpe. Le città, allora, avanzando nella foresta, arrivarono a darsi la mano, correndosi l’una con l’altra incontro, tanto grande era il fervore dell’opera. Ma a quel punto la terra si rivoltò. Cominciarono annate di topi e di cavallette, di arsure, di freddi tardivi, di piogge scomposte. Fu la carestia. Le spighe povere di chicchi davano scarso frumento e il grano crebbe di prezzo comemai s’era visto. Ci si nutrì di erbe, di ghiande e di veccie. L’assenza di bestie brade, rintanatesi nel fondo delle selve, privò gli uomini di carni e formaggi, un tempo abbondanti. Anche il mare non diede che fetidi pesci sfatti lungo le rive, per altro insidiate da predoni d’ogni risma. Quanti abitavano nelle campagne dovettero provvedersi di picche e balestre per difendere il poco che avevano, quelli delle città, defedati e cachettici, dopo essersi venduti in mille modi, precipitarono nella più abbietta elemosina, chiesta senza ritegno alcuno. Ma erano troppi e la peste li aggredì facilmente. Furono cento anni di stragi nei quali si lasciarono i morti insepolti, preda di cani che in breve li divoravano, morendo anch’essi tra guaiti via via più flebili, confusi col lamentoso e solitario ansimare degli uomini ghermiti dall’immane moria.(…) Fu solo grazie alla mano della natura, pitonessa indifferente al destino di tutti, che l’inferno ebbe fine.” (da Mercanti, corsari, disperati e streghe, Sergio. Anselmi – il mulino, 2000). Passando poi dalla vivida prosa dello scrittore all’aritmetica, vediamo alcuni numeri. Consideriamo l’Istria dove vigeva il censimento. A Capodistria, oggi Koper, si passò dai circa 10.000 (diecimila) abitanti del 1548 (millecinquecentoquarantotto) ai 2.300 (duemila e trecento) del 1553; a Pola, oggi Pula, che contava oltre 5.000 (cinquemila) cittadini, rimasero viventi soltanto 347 (trecentoquarantasette), bisognerà attendere il 1800 (milleottocento) per arrivare al migliaio, e Venezia per ripopolare l’Istria andò a prendere uomini e donne nella lontana Africa e Arabia, spesso immigrandoli forzosamente in stato di semischiavitù.

La crisi globale. Questa antica storia in realtà vive dentro di noi come memoria antropologica, e spiega in parte perché ci sia una oscura paura e/o una angosciante aspettativa, spesso inconscia, della pandemia prossima ventura che come ci ha ben narrato Anselmi nasce anche dalla rottura di un rapporto uomo natura armonico, o sostenibile. E cos’altro è la crisi di oggi se non la caduta del paradigma del dominio dell’uomo sulla natura, che ha informato di sé l’intera civiltà, certamente quella occidentale. Con le conseguenti domande. Cosa accadrebbe di fronte all’ipotesi di una “peste” aggressiva dilagante, quando il mondo si è fatto piccolo piccolo? E in presenza di grandi migrazioni largamente incontrollabili per quanti muri e fili spinati e pregiudizi si alzino? Nonché con un ritorno delle cosidette malattie della miseria, la tubercolosi per esempio, dovute sia all’aumento del numero dei poveri, sia alla diminuzione delle protezioni e controlli sanitari, anche qui in specie per gli immigrati che temono di svelare la loro presenza andando in ospedale o in ambulatorio, quando il corpus delle inique e vergognose leggi nel nostro paese li condanna a essere criminali se non sono in possesso del permesso di soggiorno, e anche se lo sono a essere sottoposti a continue angherie. Un buon esempio è quello dell’influenza aviaria, virus H5N1, che dal 1997 ha visto dispiegarsi 600 (seicento) casi di contagio, con 350 morti, una percentuale di mortalità rispettoai malati di oltre il 60%, ovvero molto alta. Ciò che fino a ora ha rallentato la diffusione dell’aviaria, è stato il fatto che la trasmissione del morbo dagli animali infetti all’uomo è molto difficile, bisogna starci a contatto stretto, e infatti molti malati sono allevatori di polli e galline. A Hong Kong, particolarmente colpita, dove tra il 2008 e il 2009 ci furono 229 (duecentoventinove) deceduti, le autorità hanno disposto l’eliminazione di circa un milione e mezzo di volatili, mettendo così anche in ginocchio una intera filiera economica. Nel frattempo il resto del mondo chiudeva aeroporti, introduceva in alcuni casi la quarantena per chi proveniva da luoghi considerati a rischio, in genere paesi del terzo mondo, acquistava milioni di dosi di vaccino, di dubbia efficacia e che nel caso italiano rimasero nei magazzini, comunque con un notevole guadagno delle aziende farmaceutiche, quanto non si sa poiché il prezzo d’acquisto da parte dello stato fu tenuto segreto. Insomma fin qui il virusH5N1, esistente in natura, si presenta come altamente letale ma scarsamente contagioso. Finché non sono arrivati gli scienziati, tecno biologi e quant’altro, che in laboratorio ne hanno prodotto una versione che si trasmette facilmente da mammifero a mammifero, o se volete da uomo a uomo per via aerosol, cioè con uno starnuto o un colpo di tosse. Ovvero l’H5N1 in versione “scientifica” ha avuto una mutazione che lo ha reso altamente contagioso.

La scienza censurata. Poco prima di Natale la notizia esplode, rivelata in primis dal New York Times: due gruppi diversi di ricercatoriinternazionali, uno di stanza in Olanda ( Erasmus Medical Center di Rotterdam) guidato da Ron Fouchier, e l’altro negli USA (Università del Winsconsin) diretto da Yoshihiro Kawaoka, lavorando sull’H5N1, ne avevano creato una varietà altrettanto letale, ma molto più contagiosa, ovvero capace di trasmettersi per via aerosol (può vivere e fluttuare nell’aria, muovendosi con venti e correnti) tra i mammiferi di laboratorio, quindi potenzialmente anche tra esseri umani. Così se il virus nippolandeseamericano putacaso sfuggisse al controllo, l’epidemia di aviaria avrebbe buone probabilità di estendersi rapidamente su tutto il globo terracqueo (come è noto l’atmosfera è ovunque e dappertutto e in continuo movimento, e ciascun umano la respira), non esistendo a tutt’ora un vaccino in grado di ridurne in modo significativo l’effetto letale. Anzi, secondo le loro dichiarazioni, proprio a un tale vaccino lavoravano i ricercatori che in Olanda e negli USA hanno indotto la mutazione dell’H5N1. Ma non è la prima volta che senza scandalo alcuno virus altamente pericolosi vengono prodotti in laboratorio, per esempio il virus H1N1 dell’influenza “spagnola” che in due anni, dal 1918 al 1919 subito dopo la Grande Guerra il che non è un caso, uccise circa 50 (cinquanta) milioni di persone, è stato ricreato in laboratorio e la sua sequenza genetica fu pubblicata nel 2005. Però il 2005 era ancora un tempo dove, nonostante l’attacco alle torri gemelle, e successive invasioni e guerre, le magnifiche sorti e progressive del liberismo imperante parevano garantite e inestinguibili, mentre Bush parlava addirittura di National Democracy Building in Afghanistan e Iraq. Ovvero il modello americano esportato con le baionette e i missili veniva dato come egemone e vincente, in grado di impiantarsi in tutto il mondo o quasi, e senza crisi economica e/o finanziaria all’orizzonte. Oggi l’Iraq è sull’orlo o già dentro una guerra civile, mentre i GI sono tornati a casa con migliaia di morti, e l’Afghanistan è per una metà in mano ai talebani, per l’altra dominato dai mercanti di droga e di armi, nonché dai feudali signori della guerra. Intanto i mercanti di denaro cercano di sbancare l’euro e di abbattere Obama. Insomma senza farla lunga, l’antica ancestrale paura della peste trova molti motivi e giustificazioni per emergere e dispiegarsi, anche nelle istituzioni “scientifiche”, e come d’uso ormai i questi tempi, la questione della sanità pubblica si intreccia con quella della sicurezza contro i terroristi (eppure Bin Laden è stato ucciso), e si interviene con il divieto, la censura, la limitazione della libertà. Il National Science Advisory Board for Biosecurity (NSABB), prestigioso organismo consultivo costituito di esperti indipendenti del Ministero della Salute USA, infatti chiede, diciamo in modo energico, alle principali riviste scientifiche, in particolare Nature e Science, di non pubblicare i lavori dei due gruppi di ricerca, o in subordine, di pubblicare i risultati, senza però la metodologia teorica e le procedure sperimentali che li sostanziano, motivando che, se quelle informazioni fossero pubbliche, terroristi o altri violenti o pazzi potrebbero riprodurre il virus dell’aviaria mutato e altamente contagioso.Il NSABB ha specificamente chiesto il 30 novembre 2011 alla rivista Science di “cancellare i dettagli sulla metodologia scientifica e le mutazioni specifiche del virus prima di pubblicare la ricerca del Dott. Fouchier.” Però un uso dei dati a fini di terrorismo è, secondo uno che se ne intende, Jean-Claude Manuguerra, dell’Istituto Pasteur di Parigi, «molto poco probabile, io non vedo chi potrebbe riprodurre quel che hanno fatto; si tratta di una manipolazione genetica molto complicata». Comunque criterio decisivo, irrinunciabile, per la verità scientifica è, almeno da Galileo in poi, la riproducibilità dei risultati, cioè ogni ricercatore che lo voglia in qualunque parte del mondo e in qualunque laboratorio, può mettere in opera la stessa procedura e falsificare eventualmente la “verità” enunciata dai colleghi, ma se la procedura rimane segreta non potrò riprodurre un bel niente, e quindi né falsificare, o validare: la scoperta scientifica rimarrà cioè sospesa nel vuoto, magari pericolosissima ma fantasmatica. Inoltre il requisito di condivisione pubblica (che altro vuol dire: pubblicazione scientifica se non questo) di risultati e procedure, e quindi di riproducibilità, è stato, e è, uno dei motori principali del progresso scientifico, se lo si censura il pensiero si inaridisce, e le stesse tecnologie arrugginiscono. Per cercare di tenere insieme il diavolo e l’acqua santa, si sta profilando una soluzione di compromesso, secondo la quale i ricercatori di laboratori “qualificati” potranno accedere a tutte le informazioni senza censura alcuna. Col che chi definisce la lista dei laboratori “qualificati”? Insomma si è aperto un ginepraio, ma anche un nuovo capitolo che attiene la responsabilità dei ricercatori verso non soltanto la loro comunità, o i governi, ma soprattutto rispetto ai cittadini tutti, che dovrebbero cercare e trovare mezzi e strumenti per intervenire e prendere la parola. Andrebbe costruito uno spazio pubblico dove possa esercitarsi la conoscenza e la critica dei programmi scientifici da parte di tutti, ricercatori e comuni cittadini. Perché sia la ricerca costa, ma soprattutto produce oggetti teorici e pratici che influenzano direttamente la vita di tutti, ma proprio tutti gli abitanti del mondo. Addirittura oggetti che il mondo (e la vita) potrebbero distruggerlo.

Infine: In tutte le culture la scienza è un’alleanza di spiriti liberi che si ribellano contro la tirannide locale che ogni cultura impone ai propri figli.(..) La scienza come sovversione ha una lunga storia. (Freeman Dyson)

One Response to La peste urbana, la crisi globale, la scienza censurata

  1. Beteljuce

    11 January 2012 at 13:04

    Passato, Presente e Futuro…

    Il titolo avrebbe potuto essere “civiltà e non solo..”
    Oppure: “Razza varia e avariata”.

    Grazie Bruno G. Piacere di conservare la tua penna